Hokusai

Quando il pittore Katsushika Hokusai muore nel 1849, alla veneranda età di ottantanove anni, si trova tra le mura di quella che molto probabilmente è la sua novantatreesima residenza. Divenuto girovago per sfuggire ai creditori, nel corso della sua vita non solo ha cambiato febbrilmente dimora, ma ha firmato i suoi lavori con pseudonimi ed epiteti ogni volta diversi, tra cui Gakyōjin Hokusai, ossia “Hokusai pazzo per il disegno”. Plebeo d’origine, si approccia all’arte da giovanissimo attraverso lo studio dell’incisione. A diciannove anni, decide di perfezionare la sua tecnica e di raffinare la sua arte frequentando l’atelier di Katsukawa Shunshō, “il pittore degli attori”; successivamente assorbe facendoli suoi i temi e gli stilemi delle scuole Tosa e Kanō. Tuttavia, come con le mura domestiche, anche le mura delle scuole d’arte gli vanno strette e decide ben presto di abbandonare il rigido sentiero della tradizione per trovare una sua personale identità. Comprende che il suo posto non è in cima all’eburnea torre della pittura metafisicamente distaccata dal reale, bensì profondamente radicato nella realtà. Hokusai inizia così a dipingere la sua Edo – la città nuova – e gli abitanti che la animano, ossia mercanti, garzoni, bottegai, pescatori, ambulanti, bonzi, geishe e li raffigura servendosi di colori sgargianti, meno mesti di come vorrebbe il canone. Considerato “privo di stile” a causa della democratizzazione di forma e di contenuto messa in atto nella sua opera sconfinata, Hokusai si dimostrerà al contrario un artista raffinato, capace di affrontare i soggetti e i generi più disparati: dalle incisioni di cascate e ponti, alla raffigurazione di anatomie estreme con gli schizzi degli estremamente grassi accostati agli estremamente magri, dalle delicate e rispettose rappresentazioni degli animali come gru, carpe, cavalli a quelle degli stravaganti personaggi del folklore e della mitologia nipponici, dalle xilografie di piante e fiori alle illustrazioni di poesie. Da tutte queste realtà, Hokusai attingerà figure e colori per plasmare il suo personale “mondo fluttuante” …

L’espressione “immagine del mondo fluttuante” traduce il termine ukiyo-e, corrente artistica giapponese di cui Hokusai fu uno dei massimi e più noti rappresentanti. Il libro, incentrato sulla sua figura, si compone di due parti. Nella prima, viene proposto il saggio omonimo del francese Louis Aubert, autore di molti libri dedicati al Giappone e di studi riservati agli artisti dell’ukiyo-e. Nonostante l’età, il testo (che apparve la prima volta del 1914 all’interno della raccolta Les maîtres de l’estampe japonaise) risulta molto scorrevole: con la sua prosa fluida e spesso poetica – come quando l’onnipresente Monte Fuji è paragonato a un flâneur, quasi fosse uno degli innumerevoli cittadini di Edo – l’autore sembra tradurre a parole l’atmosfera e il pensiero che stanno alla base di questo stile pittorico. Il contenuto risulta così particolarmente accessibile e permette al lettore neofita di immergersi senza remore alcune in un mondo lontano nel tempo e nello spazio per coglierne le diverse sfumature. Con un appassionante e sintetico excursus storico-artistico, Aubert tratteggia la poliedrica figura di Hokusai, che nel suo amore per lo schizzo e per il creato pare quasi una shintoista e nipponica versione di Leonardo da Vinci. Nella seconda parte, viene data voce all’artista stesso attraverso citazioni ed estratti di lettere ai suoi editori, prefazioni alle sue opere nelle quali il pittore e incisore giapponese si prodiga in pratici consigli sull’uso del colore, del pennello, del tratto o nelle quali espone brevi riflessioni sul suo personale percorso artistico. Il libro, oltre a essere corredato di un ricco apparato di note esplicative, presenta una galleria delle immagini citate che permettono di librarsi – o meglio “fluttuare” – nel variegato mondo del celebre autore delle Trentasei vedute del Monte Fuji e de La grande onda di Kanagawa.

 


 

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