I cerchi nell’acqua

Una cena a quattro, preparata come sempre dalle mani - miracolose più che abili - di Katrina, la portiera dello stabile nonché governante personale ed autonominata di Carlo Monterossi, a casa dello stesso. A cena con lui e Bianca, ci sono il sovrintendente Tarcisio Ghezzi e consorte. Monterossi si sente in colpa nei confronti del Ghezzi, avrebbe voluto dar voce ad un’ingiustizia, aggiustata dal sovrintendente ma non dalla giustizia, sperava di portarla in tv, di denunciarla pubblicamente ma non è stato possibile. La sorprendente Rosa durante la cena si mette a chiacchierare con la giovane collega - compagna di Monterossi, sembrano due vecchie amiche, tanto che lasciano i due uomini a farsi un buon whisky con Dylan in sottofondo, e se ne vanno al cinema. Monterossi cerca di spiegare al Ghezzi perché non ha potuto far nulla e questo innesca un brevissimo sfogo di rabbia, una rabbia che non è rivolta all’amico, ma all’ingiustizia del mondo. In quell’intimità inaspettata ma inaspettatamente piacevole fra il sovrintendente e l’autore televisivo, torna la calma e scorre il racconto del sov, una specie di catarsi, una confessione laica che Monterossi è pronto ad ascoltare... Carella è in ferie ma girano strane voci, che starebbe girando per Milano su un macchinone non certo alla sua portata, che stia frequentando locali quantomeno equivoci, che stia facendo qualcosa che un poliziotto, per quanto fuori servizio, non dovrebbe fare. A Ghezzi invece si è rivolta una vecchia conoscenza, la Franca - prostituta ormai in età avanzata che mantiene una blanda attività - il cui uomo, tale Salina, un piccolo delinquente, è sparito da otto giorni. Ha lasciato un biglietto ma la Franca è sicura che qualcosa non va e chiede al Ghezzi di cercarglielo senza passare per denunce e canali ufficiali…

Alessandro Robecchi lo aveva preannunciato, che aveva voglia di spostare i piani, di mettere un po’ in disparte Monterossi e Falcone per concentrarsi di più sulla squadra titolata a svolgere indagini. I protagonisti assoluti di questo romanzo sono i due poliziotti, Ghezzi e Carella. Due “casi” distinti, se di casi si può parlare, che ad un certo punto rischiano di diventare pericolosi in molti sensi. Le voci sul fatto che Carella non sarebbe affatto in ferie arrivano in questura e a Ghezzi viene chiesto di indagare discretamente sul collega. Da giallista provetto, titolo di cui ormai Robecchi può tranquillamente fregiarsi, ordina le indagini (quelle ufficiali e quelle no) esattamente come accade con i cerchi che si formano gettando un sasso nell’acqua, fino a renderle un unicum assolutamente coerente e impeccabile. Sebbene l’autore della grande fabbrica della merda, personaggio principe della serie, compaia praticamente solo all’inizio e alla fine del romanzo, Robecchi ha avuto la notevole capacità di spostare il focus senza che il lettore – è cosa nota che il lettore di seriali si affeziona quasi morbosamente ai personaggi – ne senta la “mancanza”. Milano è sempre molto presente, con tutte le sue contraddizioni, con le sue zone, che a chi non le vive dicono niente ma agli altri fanno l’effetto di passare da un mondo a un altro, così come presente è la morale. Non fa lezioni Robecchi, non è il suo mestiere e non vuole farlo, ma con i suoi romanzi mette in luce senza pietà, ora un lato ora un altro della pochezza umana, della sporcizia che scatena l’attimo di rabbia di Ghezzi, quella che ahinoi non se ne va con nessuna doccia e nessun sapone, ma resta attaccata all’anima. Per fortuna, c’è anche la sottile ironia, il sense of humour e la grande consolazione che c’è sempre anche qualcosa di buono.

 


 

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