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I conti con l’oste

I conti con l’oste

Alla periferia di Parigi c’è un grande prato spelacchiato dove una volta l’anno, cuochi, sommelier e camerieri di vari bistrot e ristoranti della città si ritrovano in gran segreto per un torneo di calcetto con grigliata e birre a latere: “I camerieri scivolano via non visti tra gli avversari. I cuochi più giovani e arroganti, con meno esperienza e tante idee ardite in testa, giocano in modo poco muscoloso, molto pigro e non passano mai la palla, però ogni tanto si producono in gesti tecnici straordinari. I giocatori che sono anche proprietari dei locali dove lavorano sono i più affidabili e i più duri a morire, sanno che gli arabeschi e i merletti sono molto meno utili della fatica e del sudore”. Ma che ci fa Tommaso Melilli in mezzo a loro? Cresciuto in un paesino un po’ noioso vicino Cremona, a vent’anni s’è trasferito a Parigi alla ricerca di una stimolante vita intellettuale e letteraria ed ora, che di anni ne ha trenta, si ritrova ad essere cuoco. Forse perché gli incontri stimolanti e le esperienze di vita sono arrivate inaspettatamente dal mondo della cucina e non da quello della letteratura. Era giunto in città proprio nel momento in cui giovani cuochi cominciavano ad abbandonare i ristoranti stellati in cui avevano lavorato ed imparato, per aprirsi piccoli locali in quartieri popolari e studenteschi, adattando l’alta gastronomia alla logica del bistrot: è la fase della “bistronomie”… Tommaso s’è ritrovato cuoco per caso ed ora, dimessosi dal ristorante in cui lavora, inizia un viaggio a tappe fatto di brevi esperienze di confronto con gli chef che ammira, ritrovandosi, alla fine, esattamente lì da dove era partito. Perché forse quando aveva lasciato il paesino, non aveva pensato alle conseguenze della propria scelta ed è arrivato il momento di capire “come e perché nella vita ci si ritrova dove si è”. Trent’anni è l’età ideale per fare i conti con se stessi, o meglio, i conti con l’oste…

Una delle prove capitali per un cuoco consiste nel raggiungere un buon risultato con solo tre ingredienti. Qui siamo di fronte ad un gran risultato raggiunto con tre ingredienti niente affatto segreti: doti d’osservazione, capacità d’analisi ed abilità nella narrazione. Il risultato perfetto poi lo si ottiene quando i tre elementi si fondono restando al contempo percepibili separatamente. Ed anche qui l’obiettivo è raggiunto perché da quella che è un’autobiografia ne scaturisce un saggio di gastronomia che somiglia ad un romanzo di formazione. Tralasciando il fatto che per ciò che attiene alla visione della gastronomia non ci sarebbe – a mio parere – da cambiare mezza virgola, la cifra saliente che rende affascinante la lettura consiste nel fatto che anche i passaggi che descrivono le dinamiche, le parole ed i personaggi che popolano banalmente una cucina in attività, presentano per il lettore lo stesso grado di interesse che può trapelare da un qualsiasi romanzo o racconto letterario, vuoi che si svolga su una nave, in una sala da ballo, in guerra, o in qualsiasi altra situazione narrata con talento. Con uno stile intimo, coinvolgente ed inclusivo: tre – e siamo di nuovo a tre – cose che lo scrivere ed il cucinare per gli altri hanno in comune.