I delitti dei Nove Cieli

È l’inverno del 1305 a Firenze e il livello dell’Arno è sempre più alto di ora in ora e le nuvole nere all’orizzonte si avvicinano velocemente con il loro pesante carico di ulteriore pioggia. È in questa atmosfera cupa che nella sala del capitolo della torre dei Campiobbesi, con uomini seduti intorno a un lungo tavolo di quercia, si apre una riunione che dovrà portare a una decisione importante. Il priore Oberto pronuncia alcune parole dopo essersi seduto a capotavola e dopo aver chiesto il silenzio della sala semplicemente con un gesto. “Conoscete l’uomo e le sue colpe - dichiara - l’indagine sul fatto e le sue conseguenze è compiuta”. E, in base a questo, agli uomini seduti a quel tavolo “sono rimessi il giudizio e la sentenza che dovrà seguire”. Il priore invita così tutti alle valutazioni finali, ma i presenti preferiscono non fare dichiarazioni, ma andare subito al voto. Ad ogni “scelta” degli uomini intorno al tavolo, il priore aggiunge una pietra nera in un grande piatto che ha davanti. Sì, sono tutte nere, perché il verdetto dei dodici è unanime: morte. Nel frattempo Dante Alighieri se ne va dalla Toscana, deluso dal mancato riconoscimento delle sue qualità intellettuali, pensando di poter aprirsi una strada verso una carriera universitaria alla Sorbona di Parigi. Intraprende così questo lungo viaggio a cavallo insieme a un gruppo di mercanti, ma lungo la strada scopre che anche fuori da Firenze non mancano i pericoli: re Filippo ha dichiarato guerra ai membri dell’Ordine del Tempio, bruciando le loro strutture. E non solo...

Sembra quasi di vederlo, Dante, mentre si aggira per i sobborghi di Parigi in cerca della soluzione del mistero, sposando una tesi: “Perché togliermi la corona del ragionare?”. Perché in effetti è proprio questo ragionare, unito allo studio continuo, che lo porta ad essere un investigatore perfetto e, per il lettore che “lo conosce”, trovarlo in questi panni è intrigante. Soprattutto è proprio quel suo “ragionare” che affascina: è come vedere, nel movimento del meccanismo che riproduce il cielo e i pianeti (a partire da quella sfera armillare alla quale Arnolfo imprime una spinta per “dare vita” a una rotazione di stelle e pianeti che lascia Dante senza parole, perché tutto è spiegato e simulato in ogni suo aspetto), il suo cervello in moto. È un Dante innamorato dello scrivere, che fa sacrifici, non mangia, non dorme, non ha risorse da spendere per alcunché, ma è animato dal sacro fuoco di questa sua nuova opera, anche se non si impedisce di avere dubbi: a che serve tutto questo sforzo? Ma in fondo poi si risponde da solo: “Nessun poeta si pente dell’opera sua, perché in ogni sillaba, in ogni rima, è stesa in inchiostri una parte di sé”. Forse è proprio per questo che ne soffre quando non riceve i giusti riconoscimenti che merita. Bravo l’autore – qui al settimo romanzo con protagonista l’Alighieri – a tenere sempre la Commedia in sottofondo, come motivo che sprona Dante a compiere il suo percorso alla ricerca della conoscenza che gli serve per stabilire l’ordine dei cieli: pur se a tratti annunciata, stabilisce che sarà la sua ultima opera. E dichiara il Sommo Poeta: “Questa sarà una voce che risuonerà nei secoli”... Giulio Leoni ha avuto la capacità quasi di farcelo riconoscere tra le righe, ovviamente per quello che sappiamo dell’Alighieri, tanto da rendere tutto quanto mai verosimile e indubbiamente affascinante, peraltro perfettamente in tempo per le celebrazioni dei settecento anni dalla sua morte.

 


 

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