I fantasmi di Darwin

I fantasmi di Darwin

La sua presenza nell’album fotografico di famiglia si conclude il giorno prima del suo quattordicesimo compleanno. Un’ultima istantanea che tiene appesa sopra la sua scrivania, l’ultima traccia fotografica del suo volto. L’11 settembre 1981 tutto cambia. Fitzroy compie quattordici anni, si masturba per la prima volta pensando a Camilla Wood e ascoltando Games without frontiers di Peter Gabriel. Poi scende a fare colazione e trova suo padre con una SX-70, ultimo modello di macchina fotografica, che cattura il secondo esatto in cui Fitzroy vede le chiavi di una motocicletta e due biglietti per il concerto dei Rolling Stones al Sir Morgan’s Cove di Worcester. Un’istantanea Polaroid di pura felicità familiare? No. Sulla striscia di celluloide non compare il suo volto, al suo posto ce n’è un altro, quello di un giovane sconosciuto dai capelli neri e selvaggi, il naso camuso, gli zigomi alti, le labbra carnose da aborigeno, denti bianchissimi e occhi neri, pungenti. Il “clic” epocale di tutta la sua esistenza. Una vita prima di quel “clic” e una vita dopo...

Le esposizioni etnologiche, ovvero gli “zoo umani”, sono una pagina raccapricciante della deriva colonialista cui andò incontro l’occidente alla fine dell’Ottocento e durante i primi anni del Novecento. Il diritto di esibire uomini stranieri esotici, diversi, deformi o strani si diffuse nelle capitali europee e americane e durò per quasi cinquant’anni, diventando in poco tempo una vera e propria cultura di massa. Tutto inizia a New York nel museo di Phyneas Taylor Barnum nel 1841, a Manhattan, dove i freaks (letteralmente “fenomeni”) diventano lo show più popolare del Paese. Barnum mette in scena dei “mostri”, uomini e donne deformi obbligati a mostrarsi per far divertire il pubblico. Inventa un vero e proprio spettacolo urbano che verrà ripreso dai circhi itineranti fra Stati Uniti ed Europa alla fine del XIX secolo, inaugurando così il modello di “zoo umano”, esibizioni antropozoologiche di uomini esotici con animali al seguito, di cui la Germania di fine Ottocento sarà il crogiolo, dietro la spinta di Carl Hagenbeck, mercante di animali selvatici e soprannominato il “re degli zoo”. Ariel Dorfman con questo suo ultimo romanzo fa luce su un pezzo di storia che abbiamo quasi dimenticato, esplorando le relazioni di potere nel mondo postcoloniale, raccontandoci la storia di un uomo il cui lontano passato viene a perseguitarlo, portandolo a scoprire il coinvolgimento dei suoi antenati nel passato oscuro della sua storia familiare. Il protagonista per recuperare la propria identità deve scoprire le storie dimenticate di uomini, donne e bambini indigeni che sono stati rubati dalle loro case e hanno sfilato in Europa come scimmie da circo. I fantasmi di Darwin – nato inizialmente come una serie di racconti basati su resoconti storici di atrocità etniche – è un romanzo dalle mille forme: un thriller, un mistero, una storia di fantasmi, un’epica avventura in mare. Con una prosa impeccabile e un linguaggio chiaro Dorfman si pone una semplice domanda: come possiamo emendare i crimini dei nostri antenati quando quegli stessi crimini hanno ancora un impatto sui discendenti delle vittime? La nostra responsabilità è ricordare, confrontarsi e forse in qualche modo espiare il passato.



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