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I feel good

I feel good
“Sono nato in una baracca nei boschi di Barnwell, in South Carolina, e una buona parte del mio corredo genetico è indiano apache. Credo in effetti di discendere proprio da Geronimo”. Uno che parte così non può che essere un’icona. E infatti James Brown lo è stato, sia per il mondo della musica, sia per l’impegno politico, sia per gli “errori” commessi nella vita privata (consumo di droghe, maltrattamenti e innumerevoli cause legali). La sua autobiografia parla con piglio colloquiale della sua lotta continua per uscire dal ghetto nero - ghetto sia mentale che reale - in cui era nato. Il suo è lo stile di uno che non ha peli sulla lingua, borioso, sfacciato, autocelebrativo e critico nei confronti dei colleghi (uno dei bersagli preferiti è Elvis), la storia di una persona che ha sfondato, che ha creato un mito e che quindi può permettersi di dire qualsiasi cosa, vera o no…
Leggere i ricordi del re del funk è interessante dal punto di vista del gossip musicale, non da quello storico, perché questa è un’autobiografia scritta da un musicista che non faceva lo scrittore e tantomeno il giornalista. E quindi dopo un po’ risulta come il monologo di un vecchio zio che ti racconta davanti a un bicchiere di quello buono di com’era la vita ai suoi tempi, di quanto è stato bravo da giovane e tralascia di spiegare cosa veramente abbia fatto alle sue mogli o quanto si sia “sfondato” di alcol e droghe. Se non vi interessa capire veramente cosa sia stato James Brown e vi piacciono le storie pourparler, i racconti mitizzati e le leggende da groupie, leggerete con piacere la spumeggiante traduzione di Pacifico. Se invece volete approfondire il personaggio Brown dal punto di vista analitico o magari capire quale sia stato il suo ruolo nella storia della musica, cercate altrove.