I figli dei giorni

I figli dei giorni
L’8 gennaio 1872, per ordine del Presidente dell’Ecuador, venne fucilata Manuela León. Nonostante fosse un’indigena, Manuela sobillò terre e villaggi sollevando la sua gente contro il pagamento dei tributi e il lavoro servile. Nella sentenza che la condannava, l’ultimo sgarbo: il Presidente la chiamò Manuel perché non si pensasse che un gentiluomo come lui stesse mettendo al muro una donna. Il 17 febbraio 1922 i soldati argentini, dopo aver fucilato i braccianti che scioperavano contro i salari bassi e le lunghe giornate di lavoro, pensarono bene di andare al bordello del Porto San Julián a ricevere la loro giusta ricompensa. Lì, le cinque donne che vi lavoravano li rifiutarono dando loro degli assassini. Erano Consuelo García, Angela Fortunato, Amalia Rodríguez, María Juliache, Maud Forest. Puttane, sì. Ma dignitose. Il 10 aprile 1980 l’American Psychiatric Association decise che la timidezza fosse una malattia psichiatrica e la incluse nella lista dei disordini mentali. Come ogni malattia, anche questa necessitava di farmaci. Come ogni malattia, ha fatto la fortuna delle case farmaceutiche che hanno guadagnato soldi inscatolando inesistenti speranze. Il 9 giugno 1901 Elisa Sánchez e Marcela Gracia si sposarono nella Chiesa di San Jorge a La Coruña. Perché ciò accadesse, Elisa divenne Mario, si tagliò i capelli, camuffò la voce e si vestì da uomo. Quando si seppe, la stampa spagnola gridò allo scandalo e la Chiesa, ritenendosi ingannata, chiese alla polizia che giustizia fosse fatta. La caccia le sorprese in Portogallo. Messe in galera, evasero prendendo il largo, con un nome diverso, perdendosi poi definitivamente nella grande Buenos Aires. Il 12 ottobre 1492 gli indigeni scoprirono di vivere in America, di essere nudi, che esistesse il peccato, di dovere obbedienza ad un re e ad una regina di un altro mondo e ad un dio dell’altro cielo…
Chi può dire quale sia il modo più giusto e rigoroso di raccontare la storia del mondo? Si può raccontarla attraverso la poesia. Eduardo Galeano ci dimostra che si può, con la sua dote di affabulatore tagliente. Un’ironia poetica o una poesia ironica, una per ogni giorno, una per ogni uomo, un uomo al giorno. Per dire che la Storia mondiale è niente, senza le piccole storie degli uomini. Non si può fare a meno di appuntarsi qua e là date e nomi, spesso, sconosciuti. Nomi di individui (soprattutto donne) che con il loro piccolo esempio fanno credere che Davide, ogni tanto, possa sbeffeggiare Golia. Questa che racconta Galeano è una storia del mondo al contrario, vissuta con altri intenti, percepita con altri sentimenti. È la dimostrazione che la storia è fatta di interpretazioni, di occhi che la guardano e di schiene che, invece, la subiscono. È una visione che racconta la conquista dell’America nei toni poco trionfali dello sterminio dei popoli indigeni e che fa capire quanto, per tutto il fondotinta che le si possa mettere, la storia universale è fatta di contrappunti; di quanto sia mossa dagli istinti più bassi dell’uomo, dall’oro di Atahualpa sul cui brillare fu ucciso Francisco Pizarro, ai farmaci contro la timidezza che trasformano in patologia una naturale inclinazione umana. Galeano, insomma, con la sua naturale inclinazione verso il mondo dei diseredati, degli ultimi, con la sua spontanea tendenza a mettere in luce il lato povero e martoriato del mondo alla fine del mondo, si fa portavoce di quella che Juan Carlos Onetti chiama “la piccola storia” quella che “molte volte è la più prossima alla verità di quelle scritte e pubblicate con la S maiuscola”.

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