Salta al contenuto principale

I gatti della scrittrice

I gatti della scrittrice

Kirin, “rotondetta, dolce, grigia, affascinante, aggraziata”, occhi arancioni e baffi setosi, affetta dalla sindrome della bellezza fatale. Petrus, fratello di Kirin, un gattino dal carattere piacevole, dolce, accondiscendente: “gli danno da mangiare? È contento. Non glielo danno? È contento uguale. Fa freddo, fa caldo, la porta è chiusa, la porta è aperta? Non c’è problema”. Mizu, una gattina munchkin dalle zampe posteriori particolarmente corte e un po’ storte, cammina come un furetto ed ha un temperamento decisamente vivace. E infine Ocha, fratello di Mizu, nonché capo del quartetto felino. Un gattone alto e forte, ma anche un gran tenerone, che ama appisolarsi davanti al camino fino all’ora di cena. Quattro gatti certosini trascorrono la loro esistenza vota esclusivamente al piacere, in una casa in campagna con le pareti grigio talpa, i divani scuri e i cuscini arancioni insieme alla scrittrice e a suo marito, il musicista. Ma oltre a vivere la loro vita come tutti i gatti (ovvero cacciando, dormendo, mangiando e ancora dormendo), i quattro certosini hanno una missione: sono dei veri consulenti letterari, all’insaputa della scrittrice. Hanno imparato a leggere e offrono il loro giudizio letterario accasciandosi sui brani deboli, spazzandoli con colpi distratti di coda e mordicchiando pagine carenti. Sono, in poche parole, “la sabbia dura sulla quale la scrittrice costruisce le fondamenta della sua casa di parole”. Dopo aver inutilmente cercato dei complici umani per la loro causa, hanno deciso di fare da sé e hanno ogni intenzione di rivendicare i loro diritti d’autore, finora riconosciuti solo con misere ciotole di croccantini e qualche carezza…

Kirin, la simpatica voce narrante di questo racconto, ci introduce in un mondo che non sarà sconosciuto agli amanti di Muriel Barbery. Un mondo fatto di favola e realtà che si stringono in un caldo abbraccio, da cui non può che nascere poesia. Ritornano temi tanto cari alla Barbery, che avevamo conosciuto in maniera potente nel suo più grande successo, L’eleganza del riccio: la bellezza della quotidianità, l’incanto, la gentilezza, l’amore sconfinato per il Giappone. Tornano ma in maniera più leggera, libera dai macigni della solitudine, della malattia, della morte che hanno accompagnato i romanzi precedenti. Compaiono, a questo giro, impersonati da un atto di rimostranza felina che non può che farci sorridere: quattro certosini dal pelo morbido s’improvvisano agenti letterari per alleggerire il fardello della loro “padrona”, la scrittrice. Senza di loro lei non potrebbe proprio fare, afflitta com’è dal triplice malanno dello scrittore: l’agitazione, il dubbio, la negazione. Ma il giorno del giudizio è quasi giunto: è tempo di uscire allo scoperto e rendere pubblica una dovuta rivendicazione dei diritti letterari, da spartire equamente tra tutti i partecipanti al gioco. Ma a dirla tutta, la schiva e riservata Barbery, vuole indubbiamente svelarci, per bocca dei suoi quattro gatti, qualcosa in più su di lei, sulle sue giornate, sui suoi spazi e sul suo mestiere. E lo fa con una prosa ricercata ma fluida e senza fronzoli, che sa essere ironica, a tratti esilarante. Uno stile a cui la Barbery ci aveva abituati ne L’eleganza del riccio ed Estasi culinarie, ma che sembrava essersi un po’ perso ne La vita degli elfi e Uno strano paese a favore di una narrazione più forbita, enfatica, a tratti dispersiva. Insomma un piacevole, tanto atteso ritorno, reso ancora più gradito dalle simpatiche illustrazioni di Maria Guitart.