I miti degli Indiani d’America

Gli Yuki raccontano che all’inizio dei tempi il mondo era una infinita distesa d’acqua ricoperta di schiuma e immersa nella nebbia. Sulla schiuma galleggiava e cantava Taikò-mol, un essere dalle sembianze umane con piume d’aquila sul capo. Stese una corda infinita sull’acqua: ci camminava e ad ogni passo terra si accumulava attorno alla corda. Ma l’acqua tendeva a sommergere di nuovo tutto, così Taikò-mol foderò con pelli di balena il bordo dei continenti in modo che l’oceano non potesse cancellare la terra e la scosse per assicurarsi che fosse solida (cosa che ogni tanto continua a fare, causando i terremoti)… Gli Okanagon invece credevano che il dio Anziano avesse trasformato una donna in terra, dicendole che “sarebbe stata la madre di tutto il popolo”. Il nostro mondo è quindi in realtà un essere umano, anche se a prima vista non si capisce: “il suolo è la sua carne; gli alberi e la vegetazione sono i suoi capelli; le rocce le sue ossa; e il vento il suo respiro”… Per i Tenetehara molto, molto tempo fa era sempre giorno, il sole era sempre alto nel cielo. In una foresta, una vecchia teneva la Notte chiusa in alcuni vasi. Il giovane Mokvanì decise di rubare la Notte alla vecchia ma durante il viaggio di ritorno ruppe il vaso e la Notte invase il mondo… Tra i Warrau si narrava la storia della giovane Korobona, che con la sorella aveva deciso di disobbedire ai fratelli maggiori e di andare a fare il bagno in un lago dalla fama sinistra. Qui Korobona fu rapita da un uomo-serpente, che la portò sul fondo del lago e la sedusse, per poi lasciarla libera di tornare alla sua famiglia. Lei provò a tenere segreto quell’incontro, ma quando diede alla luce una bimba i fratelli scoprirono tutto e, furiosi, decisero di uccidere la piccola ma Korobona tanto fece e tanto li pregò che risparmiarono sua figlia. Passarono i mesi e la ragazza cominciò a sentire di nuovo una fortissima attrazione per le misteriose acque del lago dove viveva l’uomo-serpente…

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1984 con il titolo Miti pellerossa, torna in libreria il dotto e affascinante libro di John Bierhorst, probabilmente il suo capolavoro. Sessantaquattro narrazioni presentate, cinquantuno delle quali complete, due abbreviate e undici delle quali sono presentati solo brani scelti. Lo studioso originario di Boston, classe 1936, iniziò a interessarsi alla cultura nativo-americana nei primi anni Sessanta e da allora ha pubblicato numerosi volumi che raccolgono traduzioni di leggende e storie della tradizione orale e analisi di costumi e usanze delle tante tribù dei nativi americani. Secondo Bierhorst gli argomenti della mitologia indiana possono essere suddivisi in quattro grandi categorie: a) introduzione dell’ordine nel caos del mondo, b) dramma familiare; c) responsabili e buffoni; d) varcare la soglia. Del primo gruppo fanno parte, ad esempio, i miti sulla creazione. Del secondo le storie sulla rivalità tra fratelli, sui rapporti tra uomo e donna e tra genitori e figli, sull’infanzia e la vecchiaia. Del terzo i racconti incentrati sulla “tensione tra saggezza e follia, responsabilità e irresponsabilità, male e bene” con protagonisti che – soli o in coppia – rientrano negli archetipi del “pazzo” e del “sapiente”. Del quarto i miti riguardanti un passaggio (da veglia a sogno e viceversa, da infanzia a età adulta, da umanità ad animalità, da vita a morte, da natura a cultura). Nelle note per ogni racconto Bierhorst annota “l’informatore, il traduttore e il curatore, e la data e il luogo in cui il testo è stato raccolto”. Tutto è molto più simile ad un testo di Antropologia che a una antologia di favole, I miti degli Indiani d’America è per intenderci un libro molto diverso dalla pletora di raccolte di leggende dei nativi americani presenti in libreria: ha un approccio rigoroso, è pensato per lettori adulti, non concede nulla, ma in compenso insegna molto.



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