I testamenti

 I testamenti

Scrive Zia Lydia, lei, l’educatrice, la figura materna e crudele, temuta e rispettata, l’aguzzina, la custode dell’ortodossia, il modello di moralità gileadiana; lei che ha accesso alle stanze del potere; lei la cui foto troneggia nelle aule di scuola; lei a cui, ancora in vita, hanno dedicato una statua; lei che è già di pietra. Scrive Zia Lydia, nascosta nelle profondità di Ardua Hall, una delle ultime biblioteche rimaste dopo i roghi dei libri, scrive e immagina il suo ignoto lettore, fantastica che qualcuno porti lontano la sua voce, che il suo manoscritto sopravviva. Racconta la sua vita, le sue macchinazioni e i suoi sotterfugi. Non teme il giudizio dei posteri, è consapevole di ogni atto che ha compiuto, ma è lei il giudice; lo era prima del colpo di stato, e lo è ancora. Giudice del destino di Gilead. È suo il documento olografo di Ardua Hall. Agnes Jemina non ricorda un mondo prima di Gilead. È cresciuta nella famiglia di un Comandante, con tre Marte e una madre affettuosa. Quest’ultima, Tabitha, giocava con lei nella casa delle bambole (una perfetta riproduzione della loro società) e le raccontava di come l’avesse scelta con un anello magico e salvata da un castello incantato pieno di bambine senza mamma e vittime del sortilegio di streghe cattive. A scuola “il rosa era per la primavera e l’estate, il prugna per l’autunno e l’inverno, il bianco per i giorni speciali”. Le hanno insegnato il ricamo e a temere gli uomini. Ha imparato che ogni donna è una lusinga, una tentazione a cui gli occhi degli uomini non possono resistere, ha imparato che le donne sono fiori preziosi da rinchiudere nelle serre. Lei è la testimone 369A. Daisy vive in Canada con i genitori, Neil e Melanie. Per lei Gilead è qualcosa che si studia nei libri di scuola, di cui parlano i telegionali, un motivo per cui andare alle manifestazioni. Il suo mondo è lo Starnarobe, il negozio di vestiti pre-amati gestito dalla sua famiglia, in cui anche l’abito peggiore trova accoglienza e una nuova vita. Gilead si intromette nella sua vita solo di rado, quando le Ragazze Perla vengono a lasciare i loro opuscoli in negozio. Le Ragazze Perla sono Zie in fase di apprendistato che viaggiano per diffondere il messaggio evangelico, delle missionarie di Dio che girano con i loro vestiti argentati e le loro collane di perle finte e rompono le scatole con la storia di Baby Nicole. Sì, perché Daisy odia Baby Nicole, la povera neonata, figlia di un Ancella che l’ha fatta uscire illegalmente dal Paese, e che le fazioni politiche usano solo a scopi propagandistici. Daisy è la testimone 369B. In una società in cui la conoscenza è potere tre donne sfidano il pericolo e rischiano la vita affinché le loro azioni coraggiose siano un testamento, l’eredità di un mondo libero…

A oltre trent’anni dalla prima pubblicazione de Il racconto dell’ancella e forte del successo della serie tv The Handmaid’s Tale, Margaret Atwood torna a dare voce alle donne della società corrotta di Gilead e a far luce sulle ingiustizie di un regime teocratico, una dittatura fondamentalista in cui le donne hanno perso ogni diritto. Sono passati circa 15 anni da quando abbiamo lasciato Difred affidata a mani sconosciute, intenta a salire nel buio o nella luce, ma a Gilead non è cambiato molto. Se nel primo romanzo il focus era sulle Ancelle, questa volta scopriamo il dramma delle spose bambine, il mondo delle Mogli, la loro istruzione e la vita monacale delle Zie. La scrittrice ci racconta che, come nella migliore tradizione medievale, diventare Zie significa la salvezza da matrimoni combinati e da vecchi Comandanti con una passione per le ragazzine, ma soprattutto significa avere accesso al sapere, custodire i registri delle nascite e delle linee di sangue, scoprire i segreti di una società che nasconde le peggiori nefandezze dietro una facciata di rigore e purezza; significa mettere tutto in discussione. Perché “Saper leggere e scrivere non dava tutte le risposte. Portava a nuove domande, e ad altre ancora”. Il romanzo non delude le aspettative, la narrazione è intensa e le tematiche scomode, il ritmo è più sostenuto rispetto al primo volume della serie e le vicende più dinamiche, ma permane lo stile unico e potente della Atwood che privilegia i toni intimi ed è capace di condensare in poche parole i grandi temi del nostro mondo, facendosi manifesto della condizione femminile. Alla fine del romanzo l’autrice riprende l’artificio narrativo del primo libro; così ci ritroviamo secoli dopo, in una società avanzata e democratica, dove un convegno di storici ricostruisce le vicende narrate dalle tre donne. È a loro che spetta la sentenza, Zia Lydia ha trovato i suoi lettori, un uccello ha portato lontano la sua voce.



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