Il buio addosso

Il paese di R. è famoso per la sua lana di pecora pregiata e preziosa, ma quando le pecore incominciano a non produrre più quella lana magica, la decisione che viene presa è quella che nessuna “disgrazia” che colpisca il corpo o la mente debba sopravvivere e che alla nascita verrà negata la vita di chi la porta, mediante l’uso della polvere dolce che induce un sonno mortale, senza sofferenza. La decisione presa serve per mantenere l’ordine e la perfezione e tutto il paese l’ha accettata, sperando di ritornare all’equilibrio che faceva creare alle pecore quella lana meravigliosa, che li aveva resi ricchi. Un giorno il Sindaco di R., figlio di quello che ha perorato e sostenuto l’uso della polvere dolce, diventa padre, ma sua figlia ha una gamba più piccola dell’altra. Decide di non usare la polvere con lei e promette al Consiglio di tenerla sempre rinchiusa a casa. La madre della bambina non accetta assolutamente la scelta del marito, rifiuta la figlia e non userà mai il suo nome, Poline, per chiamarla, ma solo il terribile termine zoppa. Dalla finestra della casa la bambina vede la piazza del paese e la torre del campanile che segna le ore e ordina la vita del paese di R. Il Sindaco accoglie nella sua casa anche un povero bimbo, il matto, che viveva nei boschi fino alla morte del padre. La sua scelta è malvista dall’intera comunità che ha sempre applicato e continua ad applicare la scelta della polvere dolce. Il Mastro Campanaro diventa il maestro della zoppa e del matto e regala loro dei colori. Quando muore il Sindaco, per una morte improvvisa la zoppa e il matto vengono chiusi nella torre dell’orologio…

Il racconto si svolge lento e complicato, non è facile capire bene cosa succede, la parte iniziale della narrazione si comprende solo alla fine. Le anticipazioni iniziali non sono utili ad entrare nel vivo della narrazione e rendono faticosa la lettura delle prime pagine. La storia è chiusa e angusta come il luogo dove vivono i protagonisti, prima la stanza della finestra sulla piazza, poi la torre dell’orologio. Non c’è crescita nei personaggi che rimangono piatti e fissati nella loro realtà non solo di vita, ma anche emotiva. L’ingiustizia di cui sono vittime i diversi è soffocante e questo è un pregio, perché rende perfettamente l’idea di cosa possa significare vivere il rifiuto, la segregazione, la mancanza di rispetto. Emotivamente molto forti sono la figura del padre della protagonista, con il suo amore per quella figlia non perfetta e per quel bambino senza famiglia anche lui con una vita disordinata e imperfetta. Altro personaggio molto forte e intenso è Marie, la bottegaia, che rifiuta di adeguarsi alle scelte contro l’umanità e che si mette dalla parte dei deboli. Davvero ripugnante invece è “il maiale” il Sindaco che ha sostituito il padre di Poline alla sua morte, senza scrupoli, senza alcuna capacità di rispettare e immedesimarsi nel dolore di chi è debole e senza protezione. La lettura non è facile, né fluida e a volte si crea un poco di confusione nella storia e si resta in attesa di comprendere cosa succede, ci sono fili nella trama che sembrano sospesi come se non avessero senso e bisogna inferirne la motivazione quando si giunge alla fine del romanzo.

 


 

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