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Il campo degli asfodeli

Il campo degli asfodeli

Tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Settanta Nuoro è una città dalle mille anime e dalle mille sfaccettature. Patria di grandi scrittori e intellettuali, rimane, al tempo stesso, una città dell’interno della Sardegna. E non importa se nell’isola serpeggia una certa volontà di credere che tutti i sardi siano accumunati da un’unica origine e da uguali riti e miti. La “sardinità” in realtà non esiste e ogni area e zona ha un suo specifico modo di condursi. Se non ci si adegua a esso si rimane tagliati fuori o, ancora peggio, in un limbo di incomprensioni, freddezze e distacchi. Di tutto questo si accorge quasi immediatamente un giovane insegnante che, preso dal desiderio di costruirsi presto un solido futuro lavorativo, sociale e familiare, accetta dopo aver vinto un concorso un incarico presso il Ministero della Pubblica Istruzione proprio a Nuoro. Lui che proviene da tutt’altra parte della Sardegna, da spiagge e città soleggiate, lui che aveva provato, invano, a indicare sulla domanda di assunzione città come Firenze o Cagliari. Arrivare a Nuoro, quindi, lo sconvolge e insieme lo fa maturare. La città dell’entroterra sardo è un luogo strano, chiuso e affascinante al tempo stesso. I superiori e i colleghi con cui ogni giorno deve confrontarsi sono persone schive e burocratizzate, i suoi coinquilini alla pensione sono quasi tutti di origine meridionale e in qualche modo “sofferenti”, di lavorare e vivere a Nuoro. L’unica luce che accompagna l’ex giovane insegnante è il pensiero della sua fidanzata, che però vede solo nei fine settimana. E allora la svolta sarà il matrimonio, il trasferimento definito di entrambi a Nuoro, la nascita dei loro figli e l’impegno politico nelle file del PSI. Ma quelli sono anni maledetti e difficili per l’Italia in generale e per la Sardegna e Nuoro in particolare. Rivolte sociali, malcontento tra pastori e agricoltori, uomini politici sotto costante minaccia, sequestri di persona che arrivano a contare cifre altissime e per finire, l’arrivo dei Baschi Blu, il battaglione mobile della Polizia. Una presenza che, se possibile, finisce con il rendere ancora più pesante un clima già precario e cupo. Ma l’ex insegnante e ora impiegato al Ministero trova nella politica e in un gruppo di intellettuali e persone di buona volontà un modo per poter parlare anche di futuro, di crescita, di rinascita e riscatto. E allora, cosa diventa Nuoro alla fine degli anni Settanta?

Il campo degli asfodeli ha il grande pregio di raccontare una Sardegna che quasi nessuno conosce. Non l’isola delle spiagge da cartolina, degli scogli e delle acque verde smeraldo e neppure quella delle miniere del Sulcis o delle imprese del nord dell’isola. La Sardegna di questo libro è quella di un entroterra che si può conoscere e comprendere solo vivendolo giorno dopo giorno per più di trent’anni. Il lavoro di Franco Mannoni piace perché l’autore non si nasconde e non si risparmia. Non edulcora alcunché e quando serve, anzi, accusa. Punta il dito contro uno Stato che ha promesso e non mantenuto, contro politici che potevano e non hanno fatto, contro burocrati che hanno fatto del barricarsi in loro stessi e nel proprio ruolo la loro unica ragione di vita. Ma Mannoni va oltre, punta il dito anche contro se stesso, si rammarica e si rimprovera. La stagione terribile e complicata di cui narra Il campo degli asfodeli può incuriosire e affascinare chi legge, ma Mannoni fa un piccolo errore che penalizza l’intera narrazione e appesantisce inutilmente la lettura. Parla di uomini, persone e personaggi cari e noti probabilmente solo alla sua generazione o a gente che li ha studiati per qualche motivo come se invece fosse scontato che tutti li conoscano. E nonostante l’ardore e la reverenza con cui parla di tutti loro per molti lettori il libro a causa di questa scelta rimane un po’ noioso per buona parte della narrazione: ed è un vero peccato, perché Mannoni scrive bene, con la fluidità e l’essenzialità proprie di un uomo di cultura. Un uomo che ha fatto politica per passione e che soprattutto conosce quello di cui scrive.