Il capofamiglia

Il capofamiglia

Fine Ottocento. Duncan è il classico capofamiglia che pensa di controllare tutto quello che accade nella sua famiglia, composta dalla moglie Ellen, le figlie, Nance e Sybil, e il nipote Grant, che vive con gli Edgeworth da quando il padre, il fratello di Duncan, è morto. La famiglia vive nell’agio e apparentemente in modo sereno. Duncan Edgeworth monopolizza tutte le discussioni, dispensa suggerimenti, ma soprattutto regole: stabilisce quali sono i tempi per andare a tavola, quali libri si devono leggere, quando si va a messa e come si festeggia il Natale, quali regali fare e non fare. Ed i familiari assistono passivi a queste vessazioni verbali: la moglie non può che dare ragione al marito, le figlie sono combattute fra il dovuto amore filiale e la sfida al despota, il nipote Grant è nella fase di opposizione che lo porta, anche se sommessamente, a scontrarsi col patriarca. La morte improvvisa di Ellen lascia tutti in ginocchio, perché improvvisamente viene a mancare il vero punto di riferimento della famiglia, il vero ‘comandante’. Tutti erano legatissimi a quella donna mingherlina e remissiva, ma con in mano la vera gestione della famiglia, una gestione affettiva ed economica. La sua mancanza porta un’assenza disorientante che si ripercuote sugli equilibri quotidiani: tutto sembra spento e secondario. Dopo un periodo di lunga riflessione interiore, irrompe nella famiglia Edgeworth una figura nuova, che prenderà il posto di Ellen a tavola e sarà anche capace di portare un vento di cambiamento...

Alberto Arbasino aveva detto dei romanzi di Ivy Compton-Burnett che sono tutte sfaccettature di un’unica grande narrazione. Anche se questo – uscito per la prima volta nel 1935 – più che un romanzo, è un testo teatrale: il dialogo, a volte anche in modo molesto, occupa gran parte della narrazione, l’assorbe e la sovrasta. Il carattere burbero e fragile al tempo stesso del patriarca Duncan si evince dalle sue parole brusche, dalle imposizioni verbali, dai silenzi e dalle uscite di scena plateali. Così come quello del suo antagonista, il nipote Grant, empatico e aperto, è inciso nelle parole di sfida che qualunque giovane maschio vive nei confronti del capobranco. La parola è il vero mezzo indagatore scelto dall’autrice per scandagliare una situazione che sembra statica, ma nasconde dissidi e scontri familiari e sociali molto più profondi: le vicende della famiglia Edgeworth sfumano per allargare lo sguardo sul resto delle conoscenze, dello strato sociale che costituiscono la piccola cittadina inglese dove si svolge l’intera vicenda. Lo sguardo si allarga cioè dal nucleo ristretto di affetti ad un’analisi più ampia della società inglese di fine XIX secolo e della sua impostazione patriarcale. Si tratta di un testo impegnativo, proprio per la struttura del flusso dialogico che catalizza la nostra attenzione immergendoci in una lettura che non può essere centellinata, ma prosegue naturalmente senza soluzione di continuità.



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