Il cardinale deve morire

Domenica 16 novembre 1958. Lucien Corria giunge a Genova. Ha un compito ben preciso. Deve uccidere una persona. Il suo mestiere è infatti quello di assassino. Ricorda bene la città, in cui è già stato. Ci sbarcò per la prima volta nel 1952, più di sei anni prima, scendendo dal “Liberty Magdalena”. Rammenta la città vista dal mare, quando il mercantile salpato da Orano accostò e puntò la prua sulla diga foranea in un pomeriggio in cui il mare era particolarmente grosso, nonostante si trattasse di una giornata di piena estate. La nave, pertanto, ballava e il carico di bauxite polverosa che si appiccicava alla pelle sudata, arrossandola in una maniera che è assolutamente del tutto innaturale, rotolava da una parte all’altra della stiva, moltiplicandone in maniera notevolissima il già oltremodo accentuato rollio. Le luci della Lanterna, dal canto loro, al tramonto avvisavano che Genova è lì, che attende i suoi visitatori, i viandanti, i viaggiatori, più o meno da circa un migliaio di anni…

Si sa, chi entra papa in conclave ne esce cardinale, ed è davvero raro che i proverbi non dicano la verità: morto Pio XII, sono pressoché tutti certi che, in quell’anno in cui in Italia gli scenari politici e i contrasti fra correnti e fazioni ribollono, e al governo Zoli, che ha l’appoggio esterno persino dei monarchici e dell’MSI, succede il secondo esecutivo a guida Fanfani, e nel frattempo è alle porte la stagione del centrosinistra, il nuovo vicario di Cristo in terra sarà il cardinal Binni, rigoroso conservatore di chiara fama, arcivescovo del capoluogo della Liguria, una vera e propria autorità nell’ambito delle più alte sfere ecclesiastiche, personaggio temuto tanto da aver fatto trasferire a Roma un suo sottoposto ribelle. E invece colui che a San Pietro succede a papa Pacelli è Roncalli, che sceglierà per sé il nome di Giovanni XXIII e passerà alla storia come il pontefice buono, quello del discorso alla luna e della carezza da portare a casa ai bambini: Binni, però, non sta con le mani in mano, anche perché in vari luoghi d’Italia vengono compiuti delitti che sembrano alimentare una scia di sangue che porta diritto a lui. Paternostro mescola con sapienza il vero all’inventato – ma perlopiù verosimile – e il romanzo, molto curato in tutti i dettagli, anche nella semplice caratterizzazione di luoghi, personaggi e atmosfere, ricco di colpi di scena ma senza frustranti e forsennate esagerazioni, ha un ottimo ritmo e ne guadagna in leggibilità.

 


 

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