Il caso del collare dei Savoia

Torino, 1892: è una notte d’inverno, buia e nebbiosa. Fa freddo, e la città è avvolta in una foschia malata e fumigante, che fa sì che non si veda praticamente nulla, lasciando a malapena intuire, più che altro per il mormorio delle acque, la presenza del Po. Il silenzio che ammanta ogni cosa è però innaturale, la classica quiete prima della tempesta, a maggior ragione in prossimità di uno dei luoghi più malfamati di tutta la vecchia capitale del regno: il celebre, o meglio famigerato, Casermone di Via Stampatori. Si tratta di un mastodontico complesso che occupa un intero isolato nella città vecchia, ed è il ghetto dei paria del circondario: locandieri d’infimo ordine, affittacamere, tenutari di bordello, meretrici, fattucchiere, persino assassini. Enrico, un fallito spretato ripudiato da Dio e dagli uomini, si muove nell’oscurità con circospezione agile, e raggiunge Siger, per informarlo, ossequiosamente, come di consueto, di quanto sta accadendo in città. Gli si rivolge però, ottenendo in tutta risposta di primo acchito una sorta di rimprovero, in dialetto stretto, non rammentando, col fatto che il suo interlocutore, che ci tiene a essere sempre aggiornato su ogni cosa che accade al di fuori di quella che ha scelto come sua riparata dimora, avendo inscenato la sua morte, è da parecchio all’ombra della Mole, da non molto finalmente ultimata, che in realtà la sua lingua madre non è nemmeno l’italiano, bensì l’inglese: Enrico si profonde nelle più sentite scuse, ma a questo punto, annoiato, Siger taglia corto. Nel mentre, però, si inietta in vena la consueta dose di cocaina. Enrico inorridisce, ma Siger lo rassicura, in fondo non si tratta che di una soluzione al sette per cento: certo, con l’aria che tira in città dovrà accontentarsi della pipa, sarà difficile trovare altro per dare vigore alla sua mente inarrestabile ed eccezionale…

Anna Maria Bonavoglia è nata a Taranto ma vive e lavora a Torino ed è un’autrice di romanzi e racconti di genere giallo e fantascientifico: in questo testo raffinato e preciso, fondato su una ricerca storica puntuale e completa, che a seconda dei punti di vista può essere in ogni modo e a buona ragione sia definito racconto lungo (mettendone dunque in evidenza soprattutto l’asciuttezza) che romanzo breve (sottolineandone pertanto in primo luogo la compiutezza narrativa) si inserisce coerentemente nel canone holmesiano. Tra il 1891 e il 1894 infatti Sherlock Holmes ha finto la sua morte, e per un certo periodo è stato anche in Italia, usando tra i vari pseudonimi quello di Sigerson: almeno così ha raccontato a Watson quando riappare. Conan Doyle infatti voleva dedicarsi ad altro, ma la sollevazione popolare fu tale che dovette scrivere nuove avventure del campione del metodo deduttivo con un debole per la cocaina: Anna Maria Bonavoglia lo fa risiedere in un malfamato casermone torinese, tra uomini che hanno abbandonato la veste talare e donne di facili costumi, nel 1892, alle prese con un nuovo caso, immerso in una nebbia che si taglia col coltello e che vela delitti terribili, tra cui la sparizione, che sembra preludere all’esplosione di una forza demoniaca, del furto del collare cavalleresco del Conte Verde, gioiello della dinastia sabauda.

 


 

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