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Il caso Kravčenko

Il caso Kravčenko

1943. Viktor Kravčenko, membro della commissione sovietica per gli acquisti tecnologici, viene inviato negli Stati Uniti in missione diplomatica, e lì decide di rimanere, chiedendo e ottenendo asilo politico. Nella primavera del 1944 si consuma lo strappo con il Cremlino, lui scrive e pubblica un libro-denuncia in cui spiega le ragioni della sua decisione e descrive le condizioni di vita nell’URSS, imposte dalla politica autoritaria e liberticida di Stalin che dall’aprile del 1922, nominato segretario generale del Partito comunista, assunse un ruolo di capo assoluto, di autorità politica suprema. Il libro, tradotto in ventidue lingue, viene letto ovunque, ma solleva un uragano di attacchi nei suoi confronti. Il regime sovietico e i partiti comunisti satelliti lo accusano di essere un traditore e un nemico dell’Unione Sovietica, al soldo dei servizi segreti americani, un filofascista. Dopo la pubblicazione in Francia, nel 1947, (il libro si aggiudica peraltro il premio letterario Sainte-Beuve), la rivista di intellettuali e scrittori francesi, di ispirazione e orientamento comunista, “Les lettres françaises”, si scaglia contro Kravčenko in modo particolarmente aggressivo, avvia una campagna diffamatoria contro di lui e pubblica un articolo a firma di tale Sim Thomas, in cui si nega che sia stato lui l’autore del libro, contestandone il contenuto, tutte invenzioni dell’autore. Kravčenko denuncia per diffamazione il settimanale francese, chiedendo un ingente risarcimento danni. Il processo ha inizio nel gennaio 1949. Di fronte alla decima sezione penale del Tribunale della Senna siedono come imputati Claude Morgan, il caporedattore, e André Wurmserm, scrittore, critico e redattore, che dopo la pubblicazione dell’articolo diffamatorio aveva continuato negli attacchi ingiuriosi. Durante le udienze vengono ascoltati sedici testimoni sovietici, tre inglesi e tre americani, citati dalla rivista francese, e più di venti a favore di Kravčenko, rifugiati politici provenienti dalla Germania, vittime della politica stalinista. Il 4 aprile viene pronunciata la sentenza. Morgan e Wurmser vengono condannati...

Ho scelto la libertà. Questo il titolo del memoriale, entrato nella storia, scritto e pubblicato nel 1947 in America. Grazie al resoconto di Kravčenko, la comunità internazionale prende coscienza delle atrocità e della deriva totalitaria che hanno caratterizzato il regime sovietico stalinista. Peraltro fino a quel momento gli ambienti democratici e socialisti non furono turbati dalla denuncia dello stalinismo, complici la scarsità di informazioni, i pregiudizi ideologici e le remore politiche (in effetti il contributo della Russia e del comunismo alla lotta contro il fascismo non poteva non considerarsi necessario). Il libro accende un potente riflettore sull’uso spietato e del tutto arbitrario del potere del dittatore, dal controllo sulla cultura (che doveva limitarsi a descrivere ed esaltare il mondo sovietico), alla macchina del terrore, che triturava contadini, chi si opponeva allo sforzo produttivo, esponenti politici e intere categorie di cittadini considerati oppositori, deviazionisti, nemici di classe. Le purghe, i Gulag (campi di lavoro, o meglio di concentramento, sparsi nelle zone più inospitali della Russia), i processi basati su confessioni di complotti estorte con la tortura, le repressioni poliziesche (con tanto di fucilazioni), la campagna contro i kulaki (espropriati di terre, bestiame, mezzi di produzione, inquadrati forzatamente nei kolchozy, le fattorie collettive), diventano di pubblico dominio. E i testimoni scelti dalla difesa di Kravčenko, tra più di cinquemila lettere pervenute per comunicare la propria disponibilità, sono proprio ex prigionieri dei campi, colcosiani “dekulakizzati”, vittime della politica e dell’ideologia, le cui direttive venivano fissare dal Politburo. Tra questi la signora Margarete Beuber- Neumann, deportata in un Gulag e poi consegnata ai nazisti nel 1940, dopo il patto Molotov-Ribbentrop. Tra i testi citati dalla rivista, giornalisti, scrittori, esponenti comunisti, uomini della Resistenza, vi fu la prima moglie di Kravčenko, Zinaida Gorlova, il generale Rudenko, gli ingegneri Romanov, Vasilenko e Kolybalov, perfino uno scienziato insignito del Premio Nobel per la chimica, Joliot-Curie, e un professore della Sorbona. Nina Berberova, che scriveva per “Russkaja Mysl”, il settimanale russo di Parigi, uscito per la prima volta nel 1947, inizia a seguire il processo, siede sul banco riservato ai giornalisti, e alla sera dopo ogni udienza scrive un articolo. Al termine del processo il giornale raccoglie i vari contributi in un unico libro. Questo testo, nudo resoconto del processo, porta al centro del palcoscenico la verità, fatto oltremodo importante per una scrittrice emigrata dalla Russia negli anni Venti e scampata alla persecuzione degli intellettuali, rifugiatasi in Germania e Francia. Un libro che voleva essere una sveglia per quella sinistra politica, che nel dopoguerra è rimasta per troppo tempo silente di fronte alla tragica realtà. Un testo che non può mancare nelle librerie degli amanti della storia contemporanea.