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Il castello di Ipanema

Il castello di Ipanema

Johan continua a crescere: al cinema dà fastidio a tutti coloro che hanno la sfortuna di sedersi dietro di lui. Ha anche smesso di andare a teatro. D’altronde i pantaloni che gli cuciono in casa d’estate, già in autunno riescono a malapena a coprirgli le caviglie. Perfino suo padre, che è un omone, deve alzare lo sguardo per rivolgersi a lui. Sta stretto ovunque e ovunque deve tenere le gambe piegate, anche per dormire! Tra questo e un lavoro sempre uguale, Johan è ogni giorno più triste tanto da preoccupare la mamma, dona Heidi, che lo incita ad andare a divertirsi, a fare una passeggiata in piazza, a farsi lucidare le scarpe, insomma qualsiasi cosa diversa dallo stare sprofondato sul divano. Lei sembra rianimarsi quando il figlio le comunica che il suo nuovo amico Christian l’ha invitato a una festa che darà per Capodanno. Ma Johan spegne subito quell’entusiasmo: “Lo conosco appena, non so neanche perché mi abbia invitato. Mi sa che non ci andrò, anzi è chiaro che non ci andrò”... Ma non è così anche se poi, una volta giunto a casa di Christian si nasconde dietro l’albero di Natale, alternando starnuti a sorsi di champagne. Eppure non passa proprio inosservato e Brigitta, settanta chili per un metro e cinquanta centimetri, capigliatura bionda e ondulata, gli comunica che qualcuno ha deciso che dovrà ballare con lei il prossimo brano. Ma Johan non sa ballare, anche se a lei non interessa e comincia a spingerlo al centro della pista dove avviene una specie di miracolo e i due muovono i loro passi di danza, lui tutto ossa, lei tutta carne, lui altissimo, lei che gli arriva alla vita, lui con una capigliatura sobria, lei con una matassa di capelli ribelle. E intanto arriva il 1900, i brindisi di mezzanotte e l’inizio di una storia d’amore...

Tutta la storia di un’intera dinastia (ben cinque generazioni, mogli comprese con relative famiglie di origine) che, all’inizio della storia, dall’Europa sbarca in Brasile e qui costruisce la propria esistenza, facendo scelte che portano i componenti di una stessa famiglia lontani, pur se poi le storie si intrecciano comunque, fosse anche solo per darci notizia di coloro che sono spariti all’improvviso, appena terminata l’adolescenza, fuggiti da un castello costruito sulla spiaggia di Ipanema che si trova all’origine di tutto. Forse un filo di follia serpeggia nel DNA di tutti i componenti, ma non è del tutto chiaro se si tratta di una sana pazzia, oppure proprio di una mancanza forte di senno. Minimo comun denominatore la paura della povertà, di quello stato sociale di abbandono, cioè, che ancora oggi, in Brasile, spaventa. E sullo sfondo c’è proprio il Brasile, nel bene e nel male, ricco e povero, colorato e a tinte forti, fatto di città, ma anche di villaggi nelle foreste, con cibi tipici così particolari, ma anche costituito da prodotti locali unici. Non manca, certo, una buona dose di ironia che l’autrice utilizza per raccontarci l’intera storia, di sicuro punteggiata anche di magie e di rituali (e come potrebbe essere altrimenti? Siamo in Brasile!), al punto che anche quel castello costruito all’inizio della dinastia e poi andato distrutto, sembra essere solo un racconto improbabile, un incantesimo, forse quasi una struttura mai esistita se non direttamente nella fantasia di chi poi lo racconterà...