Il cavaliere inesistente

Il cavaliere inesistente

Agilulfo è un cavaliere di nobili valori, coraggioso e coerente sino al midollo, di cui nessuno ha mai visto il volto. Non mangia, la notte riflette, rimugina e non prende sonno, se gli si alza la visiera si incontra solo il buio pesto. E questo perché Agilulfo, pur ardimentoso guerriero e instancabile, talentuoso cavallerizzo, in realtà è niente più che un’idea, uno spirito, un’entità incorporea: nella realtà materiale non ne esiste che l’armatura. In questa sua impalpabilità viene scelto da Carlomagno (che ne ha viste troppe ed è troppo anziano per volersi preoccupare del suo mistero) tra i propri paladini e finisce per fungere da “guida spirituale” e da collante per le vicende del giovane e indomito Rambaudo (che vuol vendicare l’uccisione del padre da parte dei Mori, e che il Cavaliere istruisce sull’arte di combattere), dell’amazzone Bradamante (folle d’amore per l’Inesistente e nel contempo desiderata da Rambaudo), di Gurdulù (sorta di “scemo dei villaggi”, cui in ogni territorio affibbiano un nomignolo scherzoso differente), di Torrismondo, che ambisce disperatamente a entrare nei Cavalieri del Sacro Graal e infine di Sofronia e della sua vera o falsa verginità, da cui deriva l’effettività o meno del titolo di cavaliere a suo tempo ottenuto da Agilulfo per averne salvato l’onore…

Con questo romanzo, narrato in prima persona – lascio a voi scoprire da quale personaggio, lo si saprà nelle ultime pagine – Italo Calvino chiude la trilogia I nostri antenati, iniziata con Il visconte dimezzato e proseguita con Il barone rampante. Prevalgono qui i toni buffoneschi, rispetto a quelli malinconici de Il barone rampante e il romanzo è pervaso di profonda umanità e divertita ironia. Nei personaggi e nelle loro vicende traspare netta l’influenza dell’Orlando Furioso, mentre a sua volta il romanzo di Calvino costituirà, accanto all’opera ariostea, una solida ispirazione per gran parte delle atmosfere e situazioni del duplice episodio cinematografico de L’armata Brancaleone di Monicelli. Dal punto di vista dei contenuti forse parte del fascino di quest’opera sta nel fatto che, trattandosi all’evidenza di uno scritto allegorico e nel contempo succinto, in esso l’autore ha volutamente ammiccato a una serie di significati profondi, che non tutti hanno colto o su cui comunque non sempre si è determinata un’uniformità di vedute nella critica. Potrebbe avere in parte ragione Margareth Hagen, che ha scritto: “… è il simbolo dell’uomo robotizzato, che compie atti burocratici con quasi assoluta incoscienza”, dico in parte perché tutto sta a sviluppare quel “quasi”: in qualche modo Agilulfo sente, avverte che la vita non può essere tutta qui, ma non sa come esattamente essa sia; percepisce il peso del non avere un corpo, ma non sa di preciso cosa farebbe con esso; anela a una vita materiale, ma nel contempo non può sognarla perché non ne conosce alcun aspetto, ecco perché è torturato da ansie notturne e non dorme né sogna mai. Nella vita esteriore è simile a un automa e paradossalmente proprio perché, non avendo carne, non può avere alcuna incoerenza, incarna il modello esemplare, puro di valore e di virtù, tanto da rendersi antipatico a molti, persino a Carlo Magno che volutamente gli rifila Gurdulù come scudiero. Proprio lui, così inesistente, esiste più del vero: chiedere a Bradamante l’innamorata, a Rambaudo l’emulo, ma anche al personaggio minore della vedova Priscilla, collezionista di uomini che vuol giacere a tutti i costi una notte con lui, proprio perché egli le sfugge, in una delle scene più esilaranti del romanzo. Egli però nel contempo, quando lasciato solo con sé stesso, ha una sua vita interiore che è quella di un cieco che vorrebbe tanto vedere. In ciò l’autore intende rappresentare l’aspirazione angosciata a una propria personalità, cui è necessario ambire pur in un mondo sempre più denso di regole e di ordini spersonalizzanti, un mondo in cui a nessuno in fondo, neanche al tuo supremo capo, importa sapere che faccia hai, o ancor prima, se hai un viso purchessia. Agilulfo è “modello”, ma soffre perché non riesce a essere “persona”. Resta un lavoro estremamente divertente e godibile, non privo di spunti di riflessione profonda – come detto mai insistiti, e da ricercarsi nelle pieghe più riposte dei dialoghi o degli eventi. Lo si può leggere come completamento della – consigliatissima – trilogia o anche da solo, essendo indubbiamente, tra le tre opere, quella di più agevole e veloce lettura.



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