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Il circolo Bellarosa

Il circolo Bellarosa

Il modo in cui Harry Fonstein era riuscito a scampare alla morte per mano dei nazisti aveva un che di rocambolesco: polacco, nonostante la zoppia (“Ad Auschwitz, egli sarebbe stato mandato immediatamente nella camera a gas, per via della scarpa ortopedica. Un qualsiasi dottor Mengele avrebbe fatto un cenno, col frustino, e lo scarponcino di Fonstein sarebbe, oggi, esposto fra i tanti cimeli nella sala adibita a museo di quel campo di sterminio”), nel 1938 era riuscito a raggiungere Zagabria con sua madre, e di lì l’Italia. La mamma, diabetica, era morta poco dopo, e lui aveva continuato a viaggiare da una città all’altra. Dotato di una certa predisposizione per le lingue, dopo il tedesco e lo yiddish aveva rapidamente imparato l’italiano. A Roma aveva trovato impiego come aiuto-portiere in un albergo di via Veneto, dove era stato notato da Ciano, ministro degli Esteri, genero di Mussolini, che lo faceva chiamare quando, in alcuni ricevimenti, aveva necessità di traduttori ausiliari. Lui, ebreo, si era ritrovato così a partecipare ad una serata di gala organizzata per un ospite particolare: Adolf Hitler. Non era accaduto nulla di particolare durante quel ricevimento, ma di lì a pochi giorni era venuto fuori che i suoi documenti erano falsi. Per questo Harry era stato arrestato, e rinchiuso in prigione. Sarebbe stato presto deportato in un campo di sterminio, o forse ucciso sul posto. Invece una sera uno sconosciuto gli aveva parlato attraverso la grata della cella: “Domani sera, a questa stessa ora, la tua porta sarà aperta. Esci sul corridoio. Svolta sempre a sinistra. Nessuno ti fermerà. Una persona starà ad aspettarti, a bordo di un’auto, e ti porterà al treno per Genova”. Quando Harry Fonstein aveva chiesto chi avesse organizzato la fuga, si era sentito rispondere: “Billy Rose”...

“Durante la traversata, Fonstein pensò sovente alla persona che lo aveva fatto uscire clandestinamente dall’Italia, immaginando filantropi e idealisti di varia specie, ebrei pronti a spendere fino all’ultimo dollaro per salvare la loro gente da Treblinka. «Come potevo indovinare chi era stato a salvarmi? Che razza di uomo... o magari era un comitato, la Bellarosa Society...» No, era Billy che agiva da solo, mosso da compassione per gli ebrei suoi correligionari e deciso a battere in astuzia Hitler e Himmler e strappargli dalle grinfie qualche vita. Un’altra volta, allo stesso modo, poteva prendere e incapricciarsi, che so, di una patata al forno, di un hot dog, di un giro intorno a Manhattan sulla Circle Line. C’erano tuttavia delle zone di sentimenti profondi, nell’incostante Billy Rose. Il Dio dei suoi padri contava ancora, per lui”. Billy Rose, nome d’arte di William Samuel Rosemberg, figlio di immigrati ebrei, è stato artista, produttore di successo attivo a Broadway, proprietario del nightclub newyorchese “Casa Mañana”. A lui si ispirarono gli sceneggiatori Murray Burnett e Joan Alison per il personaggio di Rick Blaine, il proprietario del “Cafè Americain” a cui diede il volto Humphrey Bogart nella celebre pellicola Casablanca, e si ritrovò a sua volta impersonato da James Caan nel musical Funny Lady, in cui Barbara Streisand interpretava la moglie, l’attrice e cantante Fanny Brice. Rose, negli anni delle persecuzioni naziste in Europa, ebbe un ruolo nella rete che, da oltreoceano, cercò di portare in salvo il maggior numero possibile di ebrei. In particolare salvò la vita di Kurt Schwarz, un ebreo austriaco in fuga in Italia a cui l’impresario americano garantì un visto e i soldi necessari per raggiungere Cuba, e di lì il suolo americano, vicenda da cui ha tratto ispirazione per la stesura di questo romanzo breve Saul Bellow, americano di origini canadesi, vincitore del Premio Pulitzer per Il dono di Humboldt nel 1975 e Premio Nobel per la letteratura nel 1976 (“...per l’umana comprensione e la sottile analisi della cultura contemporanea che si combinano nella sua opera”). Ne Il circolo Bellarosa (The Bellarosa Connection in originale) lo scrittore affronta per la prima volta l’ombra dell’Olocausto. “Chi salva una vita salva il mondo intero”, recita il Talmud. Ma cosa accade se chi ha compiuto quell’opera rifiuta decisamente al salvato di poter esprimere, in qualunque modo, gratitudine? Partendo da questa domanda, e con una narrazione punteggiata dal sottile umorismo yiddish che ritroviamo spesso nelle sue opere, l’autore si concentra su temi quali il processo di integrazione degli ebrei sfuggiti alle persecuzioni naziste nella società americana e il mantenimento di una identità culturale nelle generazioni successive (“...gli ebrei riuscirono a superare tutte le prove che l’Europa inflisse loro. Voglio dire, i fortunati superstiti. Ma adesso viene la prova successiva: l’America. Riusciranno a tenere duro, o saranno sopraffatti dagli Stati Uniti?”). Forse non il primo lavoro da consigliare a chi volesse cimentarsi con un approccio sistematico alla produzione di Bellow, ma di sicura importanza nel suo panorama letterario.