Il confine

Art Keller, dopo aver prestato per anni servizio alla DEA (Drug Enforcement Administration), è attualmente in forza alla Tidewater, un’agenzia privata che fornisce contractors per operazioni governative ufficialmente “non autorizzate” fuori dai confini degli Stati Uniti. Messico, Guatemala, lotta al narcotraffico: guerre sporche in cui talvolta si è anche costretti a scendere a patti con alcuni cartelli. Los Zetas sono stati decimati ma quella che sembrava la relativa pace imposta dal cartello di Sinaloa crolla con l’uccisione di colui che ne era a capo, Adàn Barrera. Ora è guerra totale e nel panorama si stanno affacciando i nuovi aspiranti boss di terza generazione, giovani, viziati, esaltati e violenti. Partono vendette incrociate per il controllo delle piazze e mentre il suolo messicano viene inondato dal sangue, altrettante morti avvengono negli Stati Uniti con il ritorno massiccio dell’eroina, sempre più devastante, tagliata micidialmente con il Fentanyl. È il senatore conservatore O’Brian a chiedere ad Art Keller di tornare al servizio ufficiale a capo della DEA. Ma non è chiaro cosa possa fare lui in Messico da Washington visto che le ingerenze politiche sembrano occultare qualche verità scomoda. Sì, perché i narcotrafficanti hanno una miriade di contanti da investire, e spesso e volentieri alcuni fondi speculativi americani con azionisti di Wall Street connessi alla politica, non fanno tanto caso alla provenienza dei soldi che passano per qualche banca messicana e, si sa, denaro e potere vanno a braccetto. La differenza tra il manager di un fondo d’investimento e il boss di un cartello? Forse è solo l’aver frequentato la Wharton Business School…

Terzo e probabilmente conclusivo capitolo della saga iniziata con Il potere del cane, le cui vicende iniziano negli anni ’70, e proseguita con Il cartello, è un romanzo che, per i fatti narrati, si attesta in quel genere soprattutto televisivo sullo stile di Narcos e Narcos Messico. Ma stiamo parlando comunque di fiction di alta qualità alla quale Don Winslow aggiunge qualcosa in più: la denuncia neanche troppo sottotraccia dell’ipocrisia americana, la non reale volontà di sopprimere il mercato della droga, la corruzione della politica ed anche gli evidenti disagi della società statunitense che della droga è la prima acquirente... E poi c’è l’indiscutibile qualità della narrazione che fa sì che nelle più di novecento pagine non si accusi mai stanchezza. Chiunque abbia visto qualche reportage o documentario sul narcotraffico apprezzerà l’accurata documentazione e l’attendibilità del racconto che non cede mai al romanzesco. Da leggere.

 


 

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