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Il confine dei giorni

Il giorno del suo ottantesimo compleanno Luigi Fogliano riunisce la famiglia al completo sotto il suo tetto per dare loro una notizia: ha deciso di partire per l’Italia, sua terra d’origine, da cui i genitori emigrarono quando era ragazzo, inseguendo “il sogno americano”. Luigi è vedovo, la moglie Giselle è venuta a mancare l’anno prima, e vicino a lui sono rimasti figli e nipoti. Ha messo su famiglia nel nuovo continente, una volta cresciuto, portando con sé una parte della sua cultura di provenienza, come nella lingua parlata da lui e dai suoi cari, “un salernitano di Philadelphia o se volete uno statunitense di Pontecagnano” (anche la cucina campana è emigrata oltreoceano con i Fogliano, come tante altre cose che mai hanno abbandonato del tutto). La casa però, dopo anni di calore domestico, è vuota senza la consorte, e un profondo senso di malinconia da mesi si sta annidando nel suo cuore, tanto da spingerlo a questo lungo viaggio alla riscoperta delle sue radici. Benedetta, la nipote più grande, che frequenta l’ultimo anno di college, si accoda al nonno, implorando i genitori di poter partire anche lei per la penisola che mai ha conosciuto e che vuole ad ogni costo conoscere, come regalo per la sua maturità imminente. E così approdano insieme nel salernitano nonno e nipote, accolti dalla famiglia di Vito, cugino e coetaneo di Luigi; i genitori e i nonni di Vito non partirono mai per l’America, e sono cresciuti tutti in Italia, malgrado gli stenti e i sacrifici. All’aeroporto di Capodichino si presentano Lorenzo, nipote di Luigi, e Vincenzo, il figlio maggiore di Vito, ma non hanno belle notizie: Vito ha un tumore alla prostata, si trova in una casa di cura e la sua salute non promette bene…

Il confine dei giorni tratta di una grande emigrazione di massa, quella degli italiani a inizio Novecento verso l’America, terra sognata e luccicante, ma non solo. Tratta anche il tema della senilità, e di quanto questa possa essere dolorosa. Luigi Fogliano è uno dei tanti emigrati che hanno fatto fatica a integrarsi del tutto in un paese estraneo, figlio di padre e madre che hanno abbandonato affetti e patria in cambio di un lavoro dignitoso, in cambio più che altro di una promessa. Il cugino Vito è il filo che lo collega all’Italia, un ponte tra due culture diverse, di una lontananza all’apparenza insormontabile. Insieme ripercorrono le storie di famiglia, gli aneddoti, e tutto quello che c’è da sapere l’uno dell’altro, fino ai genitori di Luigi e alla loro sofferta partenza. “Tonnellate umane di seconde e terze classi furono caricate a bordo, cacciate giù nelle stive e nei sottoponti, ammucchiate come bestie sui letti a castello senza speranza di uscire all’aria nemmeno durante le burrasche’’, così racconta Vito, arricchendo con tanto di dettagli ciò che videro i parenti durante l’esodo dai porti italiani. Anche il cugino è vedovo, e infatti i ricordi più calorosi di entrambi sono rivolti alle loro rispettive mogli, che continuano a vivere in un tempo immaginario, ideale e distante. Come il giorno di San Matteo del 1945, quando durante il corso dei festeggiamenti per la fine della guerra gli occhi di Luigi “incrociarono lo sguardo malinconico di Giselle” e da lì tutto il resto a seguire. Il confine dei giorni scava a ritroso nella vita dell’anziano Luigi, che nel suo piccolo cerca un po’ di conforto nei ricordi, e al tempo stesso cerca di trovare una propria identità culturale, forse mai avuta del tutto. È il viaggio della conoscenza, il suo, e un tentativo di malinconica ricostruzione degli eventi, a dispetto di un presente opprimente e colmo di mestizia.