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Il delitto del conte Neville

Il delitto del conte Neville
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L’elegante castello di Pluvier, al centro delle lande desolate e piovose del Belgio, è ormai una bella magione aristocratica in fase di completo degrado: il tetto sembra ormai destinato a crollare e l’intera struttura non mostra che ormai pochi sbiaditi indizi del glorioso passato. Il suo padrone, il Conte di Neville, sa che dovrà farsene una ragione e vendere il castello come già è capitato a molti altri nobili di sua conoscenza, accettando anche di vederlo diventare l’ennesimo sito posticcio per turisti di passaggio. La vita con la moglie e i suoi tre rampolli, Oreste, Electre e Serieuse, scorre quasi normalmente in vista del grande party che, come ogni anno, lo vedrà maestro di cerimonie ed esperto anfitrione. Una sera però l’irrequieta Serieuse decide di fare una passeggiata nel bosco di nascosto e viene suo malgrado scoperta da una veggente pettegola che avvisa il conte, approfittando anche per dargli consigli su come educare la giovane fuggitiva. In un attimo di afflato divinatorio, prendendogli la mano, lascia all’uomo un vaticinio inquietante: il suo tanto atteso ricevimento lo vedrà protagonista di un assassinio. Uno dei suoi invitati morirà per sua mano. Da quel momento, i preparativi della grande festa viaggiano di pari passo con le supposizioni su quale dei vari invitati lo renderà un assassino. Di casi del genere nell’aristocrazia belga ancora si parla e forse se gestito bene anche nel suo caso il più efferato dei delitti può diventare aneddoto durante futuri cocktail. A questo punto, però, chi sarà la vittima?

Amélie Nothomb ormai da molti anni sembra aver preso l’abitudine di pubblicare a cadenza annuale un romanzo composto all’incirca da un centinaio di pagine (quasi come il protagonista di uno dei suoi primi romanzi, quel Prétextat Tach scrittore moribondo e crudele di Igiene dell’assassino). Quest’ultimo libriccino, in particolar modo, pare risentire un po’ della fisiologica stanchezza a cui anche una personalità geniale come la scrittrice belga può andare incontro dopo un lungo periodo di intensa attività letteraria. Il finale, soprattutto, appare a tutti gli effetti “buttato lì”, sistemato alla bell’e meglio, concesso quasi all’ultimo momento come a voler terminare il prima possibile una narrazione che, invece, fino a poche pagine prima era stata davvero avvincente, causando un certo grado di delusione anche nel lettore più fedele. Di conseguenza si rimane quasi disorientati dal modo sbrigativo con cui la Nothomb decide di porre fine al delicato gioco al massacro instaurato verbalmente dal conte Neville con sua figlia Serieuse, che senza dubbio rimane, comunque, l’elemento più affascinante di questa piccola biografia di aristocrazia decaduta. Il personaggio di Neville è divertente, sagace, presuntuoso a volte, con un passato importante fatto di scelte paterne sbagliate, di privazioni e di perdite incommensurabili. L’ambiente che frequenta è frivolo, disumano, affettato, basato su condizionamenti e consuetudini che lo imprigionano inesorabilmente con tutta la loro paludosa vischiosità.