Il detective Kindaichi

Il detective Kindaichi

È la sera del 23 novembre 1937 quando l’uomo con tre dita si presenta di fronte alla locandiera per chiedere informazioni sulla residenza della famiglia Ichiyanagi. L’uomo è trasandato, indossa abiti sporchi e laceri e ha il volto in parte nascosto da una maschera, è impacciato, inquieto. Che può mai volere un essere simile dalla ricca famiglia di proprietari terrieri? La locandiera gli indica con prontezza l’arrivo di un risciò su cui proprio il signor Kenzō, primogenito di cinque figli e capofamiglia degli Ichiyanagi, siede impettito. Le chiacchiere della donna con alcuni compaesani rivelano che il quarantenne Kenzō sta per sposarsi con una giovane insegnante e le allusioni relative a un matrimonio d’interesse si sprecano. Il vagabondo ringrazia e si mette in cammino per seguire il risciò. Non prima di aver fatto scorgere la terribile cicatrice che gli sfigura il volto. In paese gli Ichiyanagi non sono stimati, certo sono facoltosi, ma non sono originari del luogo e alcuni dei figli godono di pessima reputazione. Le voci relative allo straniero raggiungono la famiglia il giorno seguente, proprio alla vigilia delle nozze di Kenzō, ma la curiosità nei confronti di uno sconosciuto che chiede informazioni su di loro è surclassata dai malumori legati alle origini della sgradita sposa e le discussioni tra i parenti hanno la meglio. È infine il giorno dedicato agli sposi, alla cerimonia segue un fastoso banchetto per la gente del villaggio, che va avanti fino a notte fonda. Tra sorrisi forzati, malintesi e parole che sfuggono al controllo a causa dell’alcol, giunge anche il momento per la coppia nuziale di ritirarsi nella dependance a loro dedicata. Nella camera viene lasciato il prezioso koto di famiglia, antico dono di una nobile feudataria, ora consegnato alla sposa. Nessuno immagina ciò che accadrà da lì a due ore...

“È strano. Ma quando la gente scopre che sono un autore di romanzi gialli, sembra che avverta un bisogno irrefrenabile di condividere con me tutti i particolari dei delitti di cui è a conoscenza”. Ogni autore di gialli desidera imbattersi in un caso misterioso e intrigante che possa stimolarne l’immaginazione e la voglia di trovarne la soluzione. Con questo preambolo ha inizio la storia delittuosa nel piccolo villaggio di Yamanodani, ispirata ai romanzi di autori del giallo classico occidentale, come Dickson Carr, Leroux e Leblanc. Seishi Yokomizo (1902 – 1981) si è appassionato alla letteratura poliziesca straniera fin da giovanissimo, quando vagava per le librerie in cerca dei romanzi occidentali da poter leggere, una fascinazione che ha dato i suoi frutti. Nell’opera The Honjin murders (questo il titolo originale) tratteggia un delitto che appare senza soluzione, all’interno di una stanza chiusa e descrive in modo vivido le atmosfere decadenti di un luogo che sembra perdersi nel tempo, una residenza che sorge tra risaie e montagne, retaggio di un Giappone travolto dai cambiamenti che seguono la Seconda guerra mondiale. Il romanzo parte a delitto avvenuto, ma Seishi presenta l’antefatto prima di sviluppare la vicenda nei suoi passaggi e di arrivare alla soluzione del mistero. Tassello dopo tassello il meccanismo della stanza chiusa viene alla luce. Il detective Kindaichi, trasandato e arguto, è molto noto e amato in Giappone, ricorrente in decine di romanzi investigativi di Seishi (compare per la prima volta nel 1946 e fa vincere a Seishi il premio Mistery Writers of Japan) e in numerose trasposizioni televisive. Data la popolarità dell’autore e dei suoi gialli, a partire dal 1980 è nato un premio letterario intitolato a Seishi Yokomizo e destinato agli autori del genere che, oltre al premio in denaro e a una statuetta che raffigura lo scrittore, ottengono di vedere trasformata in un film la loro storia.



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