Il diavolo in Francia

Sanary-sur-Mer, piccolo villaggio di pescatori sulla Costa Azzurra, è la capitale della cultura austro-tedesca espatriata. Lion Feuchtwanger vi trascorre il tempo insieme alla moglie Marta. Sette anni di esilio dorato al sole della Provenza, la casa grande e bianca, una segretaria che batte a macchina i suoi testi, Bertolt Brecht e Heinrich Mann tra gli ospiti fissi, libri ovunque, alberi di ulivo e, in fondo, il mare. Con lo scoppio della guerra e l’inizio della Campagna di Francia il vento cambia. Come tutti i profughi e gli apolidi di origine tedesca, Feuchtwanger è dichiarato étranger indésirable e trasferito nel campo di internamento di Les Milles, una fornace di mattoni abbandonata non distante da Aix-en-Provence. Lì i francesi allestiscono in tutta fretta un centro di raccolta in cui stipare stranieri, rifugiati politici e legionari. Lion il ventuno maggio 1940 percorre con due valigie e le coperte sottobraccio il cortile di ingresso al campo per farsi registrare come internato, è il numero 187. Qualche piccolo privilegio derivante dal fatto che è famoso lo ha, gli internati ascoltano le sue parole e lo aiutano quando possibile. Mattoni e polvere, come i figli di Israele in Egitto, aveva scelto la Francia per la sua democrazia e adesso lo rinchiude in un campo. Mattoni che fungono da sedie e tavoli, da separè per la notte, umanità ammassata su scarni pagliericci. Si vive nell’attesa: di notizie, di cibo, di un treno per partire, di una fuga insperata. In Germania quando qualcuno vive comodamente, si dice che vive “come Dio in Francia”, ma se Dio ci si trova bene, si può dire ugualmente, che nemmeno il diavolo ci vive male…

Il diavolo in Francia è stato pubblicato in inglese a New York nel 1941, in tedesco a Città del Messico nel 1942 e in Germania solo nel 1954: esce inedito per l’Italia nel 2020, pubblicato da Einaudi con la limpida traduzione del germanista Enrico Arosio e la dotta prefazione di Wlodek Goldkorn. Il ventesimo secolo è un archivio di storie drammatiche ed anche questa lo è, una storia con un grande valore narrativo e testimoniale. Lion Feuchtwanger arriva al successo nel 1925 con il romanzo Süss l'ebreo, è un borghese benestante e anche nell’esilio francese vive agiato, certo non può tornare in Germania e questo gli dà dispiacere, ma è venerato in tutto il mondo dall’America alla Russia. Questo memoir è la cronaca di una resistenza personale: siamo nel 1940, prima della letteratura concentrazionaria di Primo Levi e di Elie Wiesel. Per burocrazia viene considerato straniero indesiderato e messo in un campo di internamento, i passi verso i campi di concentramento e di sterminio sono prossimi. Pur arrivando a Les Milles in taxi, viene spogliato di tutto, deve resistere in quella condizione di sudditanza come tutti gli altri, è ridotto al niente, al mero corpo, soggetto alle angherie del più idiota caporale ignorante. Tra le parole che ricorrono più di frequente ci sono: assurdità, paradosso, irrazionalità, grottesco e servono all’autore per tentare di dare un senso alle vicende che gli stanno accadendo. Un tema importante che percorre il libro è quello della scelta: restare, scappare, partire, in quale lista porsi. Scelte ponderate o lasciate al caso in una totale destabilizzazione e l’errore può essere fatale. La sua educazione ebraica tradizionale non lo abbandona, pur mantenendo nella scrittura una laicità più contemporanea, gli studi di Freud lo hanno arricchito e la psicologia dei personaggi è nitida. Nei momenti più critici, quando lo sconforto è massimo, il tifo lo spossa, sale alle sue labbra l’invocazione “Dio dei miei Padri”, questa pagina è tra le più intense, c’è l’uomo imprigionato e la tentazione di abbandonare ogni resistenza. Il campo è un universo rigorosamente maschile pieno di trafficanti, commercianti, succubi, spioni, ladri, oratori e prevaricatori, per Feuchtwanger - anche se con delle eccezioni - gli intellettuali sopportano meglio i disagi, sono più calmi, più pazienti di molti altri più vigorosi e fisicamente più agguerriti. Ne Il diavolo in Francia ci viene ricordato che è bene rileggere del Mein Kampf di Adolf Hitler i passaggi sull’oratore e la propaganda, perché scaturiscono dall’intimo di un uomo nato per essere null’altro che un oratore di massa e fanno capire, quali pericoli corra colui che, privo di difese, si affidi al dolce piacere di farsi incantare da un oratore di talento. L’ ultimo capitolo, “La fuga”, aggiunto dopo dalla moglie Marta, racconta, in stringato epilogo, la partenza da Nîmes verso Marsiglia, attraverso i Pirenei via dalla Francia, poi oltre la frontiera portoghese fino a salpare da Lisbona per l’America. Le pagine di Feuchtwanger danno precisi giudizi politici e si avverte chiaramente la rabbia contro la Francia, che prima accoglie, poi confina i profughi che l’hanno idealizzata per le sue dolcezze e i suoi lumi, così come è forte il risentimento contro la sua incuria, la pigrizia del cuore e dell’azione, compendiate nella frase “Je-m’en-foutisme”. Questo romanzo non permette la distanza, è il racconto di un uomo privato della sua identità e per questo coinvolge molto, fa riflettere su quanto sia fragile la corazza che ci portiamo addosso: abiti, quadri, libri, tutto può essere spazzato via in cinque minuti. Il Diavolo in Francia, si rivela un testo decisamente attuale, in questa Europa di oggi dove la condizione del profugo e dell’apolide ci interpella, perché specchio deforme e quindi fedele della nostra condizione umana.

 


 

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