Il diplomato

Francia, 1851. Jacques Vingtras, diciassettenne di provincia appena diplomato al collegio di Nantes, parte per Parigi per costruirsi, secondo le attese dei suoi genitori, un futuro rispettabile e borghese. Ma il bagaglio che Jacques porta con sé è già colmo di insofferenza nei confronti del conformismo e della rigida educazione impartitagli che gli ha procurato umiliazioni e sofferenze. L’esuberanza della sua giovane età tende all’insubordinazione, al rifiuto delle imposizioni e la sua indole libertaria ed intransigente si traduce in uno scontro inevitabile con il clima reazionario che il colpo di Stato ha appena imposto con la restaurazione dell’Impero di Napoleone III, il traditore. Accompagnato costantemente da un senso di inadeguatezza, Jacques si colloca immediatamente nell’ambiente repubblicano e “sovversivo” degli studenti spiantati i quali, alcuni per necessità, altri per moda, vivono in un clima di Bohème nel quale gli stimoli della dialettica intellettuale, le pulsioni ideali e le romantiche intemperanze convivono con miserie esistenziali e materiali. Tra coerenza militante e necessità di sopravvivenza, Jacques, giudice severo di sé stesso, alterna momenti di disciplina rivoluzionaria (“Se sono povero è perché l’ho voluto; non dovevo fare altro che vendere ai potenti la mia giovinezza e la mia forza”) ad altri di compromesso, tentando d’impiegarsi come precettore ed articolista pubblicitario o dovendo ricorrere all’aiuto finanziario dei criticati genitori. Sempre fuori posto, sempre inadeguato ed inappagato, Jaques è accompagnato da una frustrazione ubiqua e costante che sembra condurlo alla solitudine e all’incomprensione…

La parabola di Jacques Vingtras – alter ego dell’autore – fa parte di una trilogia (Il figlio, 1879, Il diplomato, 1881 e L’insorto, 1886) mai tradotta in italiano prima d’ora. “Un classico (mancato)” lo definisce a ragione Enrico Zanette (autore anche della traduzione) nell’ottima postfazione. Non solo un classico di quella miniera letteraria inesauribile che è stato il XIX° secolo, Il diplomato rappresenta anche un monito ignorato ed inascoltato rispetto a tutte le criticità dei movimenti rinnovatori che si ripeteranno per tutto il secolo successivo. Avversato ovviamente dai conservatori, Vallès viene tacciato d’estremismo dai riformisti e di “deviazionismo” ed immaturità politica dai marxisti, insomma, al pari del suo alter ego, l’autore sconta la colpa di non essere mai “allineato” a qualcosa. Viene da chiedersi quanti danni abbia prodotto in ogni campo, dal cinema alla musica, la critica ideologizzata che, interpretando il narrato di Vallès come esempio da seguire o meno, non ha scorto tra le righe, lo sguardo ironico rivolto dall’autore alle patetiche ingenuità che eternamente caratterizzano i movimenti velleitari. È probabilmente sfuggito il dolente disincanto nei confronti delle malattie infantili dei sedicenti rivoluzionari (emblematiche la mania di costituire comitati e “consigli” nell’approssimazione più totale e le dichiarazioni di sacrificio estremo per una rivolta che si disperderà all’arrivo della pioggia)… Se poi possono giungere quasi irritanti l’enfasi e l’immaturità del linguaggio del protagonista, bisogna ricordare che i pensieri e le parole del giovane Vingtras sono invece instillate da un autore ormai maturo che, tra l’adesione all’Internazionale ed alla Comune di Parigi, di movimenti rivoluzionari ne ha fatto sufficiente esperienza e forse ne sta, con compassione, evidenziandone i risvolti patetici. Vi si potrebbe scorgere anche il dramma di chi – l’autore ed il proprio alter ego in divenire - non può esimersi dalla pulsione ideale e dal rifiuto dell’ingiustizia pur conoscendo i contorni fallaci e risibili dell’azione collettiva in cui convogliano le motivazioni più disaggreganti, dalla mera facinorosità giovanile all’adesione ad una moda, dalla speranza di una carriera che solo l’eventuale nuovo corso potrà offrire, alla voglia di ribellarsi ai genitori. Ecco quindi che la Bohème e le ristrettezze offrono spesso il pretesto alle meschinità individuali (il parassitismo, la vanità) che s’ammantano surrettiziamente di ragioni di coscienza politica (quante volte lo abbiamo visto?). Se tutto ciò non bastasse, è allora opportuno considerare l’epilogo che fa apparire scontate e talvolta miserabili, con un secolo d’anticipo, la maggior parte delle scelte individuali dei reduci del ’68 e del ’77… Bello, emblematico, impietoso.

 


 

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