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Il dossier Wallenberg

Robert e Mira si incontrano a casa di Jozséf Balosh, in Ungheria, nel 1944, a una cena alla quale sono entrambi invitati. Difficile per Robert Wallenberg, erede di una dinastia di banchieri di Stoccolma (anche se lui è intenzionato a fare altro, rispetto agli affari di famiglia), togliere gli occhi di dosso da Mira: pur nella semplicità del suo abito nero, a dire il vero molto scollato, lei si distingue su tutte. E lui è disposto a seguirla ovunque. Lo fa direttamente quella sera stessa a villa Balosh, quando lei si toglie le scarpe, scende l’ampia scalinata, abbandona il suo bicchiere e corre nella notte verso il parco. Lui la insegue, individuando la sua figura ogni volta che riemerge dall’oscurità per un riflesso delle luci della villa sul suo vestito nero. La storia d’amore che comincia lì è intensa, ma destinata, però, a interrompersi. Dal momento della rottura (voluta da lei per non mettere ulteriormente in pericolo lui), sono passati anni, molti anni, ma loro non dimenticano, soprattutto perché un amore come quello che hanno vissuto è difficile da dimenticare. È all’aeroporto di Stoccolma che Robert viene attirato da una donna. La guarda insistentemente, la osserva, cerca di non perderla d’occhio. La fortuna vuole che la donna, non più giovanissima ma estremamente affascinante, salga sul suo stesso aereo. Certo Robert non ha bisogno di ulteriori conferme: ha capito sin da subito che si tratta di lei, l’ha riconosciuta immediatamente, ma lo sguardo che lei le restituisce è gelido. Impossibile che non l’abbia riconosciuto. Forse però non l’ha ancora perdonato...

Nella storia romanzata di Raoul Wallenberg, il cui nome è stato affidato a un albero lungo la “Strada dei Giusti” a ricordo di tutti coloro che hanno fatto qualcosa per salvare gli ebrei, l’amore ai tempi del nazismo non è proprio un fiore, soprattutto quando lei è un’ebrea e lui uno svedese con passaporto diplomatico e appartenente a un’associazione trasversale che ha l’obiettivo di salvare quanti più ebrei possibile. Due le riflessioni immediate: prima di tutto sull’incapacità di ragionare quando si è dominati dal sentimento. In questi casi esiste solo lui/lei e si corrono rischi immani, soprattutto in situazioni di pericolo estremo come la Seconda Guerra Mondiale. La seconda riflessione è relativa ai tempi bui del folle mito della razza ariana e alla “soddisfazione” che provavano certe bestie nel fare del male. Vengono in mente anche l’ottusità e la cattiveria di molti altri dei nostri tempi, incapaci di vedere oltre il proprio naso (casa, città, Paese...)! Che si tratti di amore o di odio, è sempre la follia ad animare, a togliere la capacità di ragionare. D’altronde, al tempo stesso, c’è il coraggio (non può essere solo incoscienza) di Robert (Raoul) Wallenberg che affronta situazioni difficili e critiche, sapendo di essere davanti a nemici spietati e soprattutto armato di niente... Una sorta di braccio di ferro con la morte, pericoloso e continuo, pur di evitare il campo di concentramento e la morte a un’infinità di esseri umani, tutti quelli che può. Ed è bravissimo nel confondere i nazisti (che lo controllano), conducendo una vita imprevedibile, facendo spostamenti imprevedibili, interventi imprevedibili, procedendo per strade imprevedibili e frequentando luoghi imprevedibili, ma sempre con l’amore al suo fianco, sempre con questa voglia di vivere una storia felice e senza brutti pensieri con la sua Mira, seminando più dubbi che certezze, atteggiamento non figlio del caso, ma di una estrema scaltrezza, pur di eludere la sorveglianza. Il romanzo ha vinto il premio letterario Mediolanum – Un Certain Regard ed è già stato tradotto in tre lingue.