Il figlio maschio

Il figlio maschio

Don Turiddo Ciuni ha dodici figli nati dalla passione per la moglie Concettina, che asseconda e ricambia il suo ardore. Eppure qualcosa lo cruccia: nessuno di loro vuole occuparsi del feudo familiare di Testasecca, nell’entroterra siciliano. Sua moglie ha preteso che studiassero tutti per garantire loro la possibilità di un futuro svincolato dalla gestione della terra. Filippo, primogenito, è il letterato di famiglia, la più grande delusione paterna. Lascia Sommatino deciso ad aprire una libreria a Palermo e portandosi dietro la sorella Concettina, di arguta bruttezza ma piena di passione per i libri, che si rivela preziosa nella conduzione dell’attività avviata quando il fratello viaggia per affari, accarezzando il sogno di diventare editore e il bel viso della contessa Luisa Saracinelli che diventerà sua moglie. Ma la chimera editoriale si spezza insieme a quella ben più romantica di Concettina, presa da un colto professore di Greco ma costretta tuttavia a sposare un “putiaro” economicamente attrezzato. Bisognerà aspettare un altro uomo, Vito, figlio di Concettina, perché il progetto di Filippo possa avere un seguito, grazie ad una passione per i libri che si tramanda di generazione in generazione, fino a quando toccherà alle donne raccogliere il testimone e aprirsi un varco nella società siciliana, matriarcale nella sostanza ma ancora maschilista rispetto la detenzione formale del potere decisionale…

Il figlio maschio incanta, narrando - lungo un arco temporale di circa un secolo - in forma aggraziata scorrevole e piacevolissima le vicende della famiglia Cavallotto: librai per eredità e passione. Giuseppina Torregrossa, ginecologa e autrice di diversi libri di successo, ha incontrato l’ottuagenaria signora Adalgisa, proprietaria di una libreria indipendente a Catania, decidendo di ricomporne i fascinosi ricordi in una potente saga familiare che potesse restituirli ai lettori, seppur conditi con piccole licenze poetiche, fedeli agli accadimenti, come lei stessa ha dichiarato. I personaggi, di una sicilianità tracimante nella gestualità, negli incastri familiari, nei discorsi, anche attraverso un uso copioso ma sapiente del dialetto – in dialetto pensano, finanche – sono tutti fortemente caratterizzati, spiccando ciascuno con la propria la voce interiore di cui l’autrice sa renderci davvero partecipi. Il lettore acquisisce un certo grado di confidenza, perfino di intimità, con ciascuna anima di questa storia, nella quale ogni singola figura ha un ruolo imprescindibile: il capostipite, don Turiddo, dalla carnalità ruspante e indefessa; Concetta Ciuni, coi fianchi basculanti, l’intelligenza spiccia, il nerbo a volte rassegnato delle donne sicule resilienti alla vita; Adalgisa, piegata e risorta; Vito, uomo di dedizione e solida tempra culturale; Filippo il sognatore sfortunato; infine Cetti, l’ultima libraia pervicace e saggia. Restano davvero impressi, alloggiando il lettore nella stanza degli ospiti fino all’ultima riga. Il libro è bello. La profusione di espressioni dialettali potrebbe renderlo non del tutto scorrevole ai più, ma lo consiglio specialmente a chi ama la Sicilia e ne conosce gli idiomi dialettali, perché gusterà appieno il sapore di una terra rievocata con grande affetto e ancor più grande maestria.



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