Il fiume tra di noi

Il fiume tra di noi
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Teheran, Iran. Dopo quindici anni di silenzio, Parvaneh riceve una lettera di suo padre Farhad che la invita a raggiungerlo nel piccolo paesino umbro dove si è rifugiato, abbandonandola senza una spiegazione dopo la morte della madre. Seppure riluttante, spronata dal marito la donna decide di partire per conoscere le ragioni di un gesto per lei senza senso. Il suo rapporto con il padre era sempre stato piuttosto distaccato. Lui, illustre studioso di testi antichi e impegnato nell’insegnamento universitario, non era mai stato molto affettuoso. Sempre troppo occupato con la pubblicazione di testi e la preparazione delle lezioni, una volta partito per l’Italia per una serie di conferenze non aveva più fatto ritorno a casa, riducendo sempre più i messaggi fino al silenzio. Dopo aver trascorso la prima notte nel piccolo appartamento del borgo medioevale umbro, la mattina l’uomo porta Parvaneh sulle rive di un fiume. Così come l’acqua della corrente scorre, la vita di Farhad torna a galla dall’oblio dove la memoria l’aveva nascosta: la gioventù segnata da una violenza subita, il ricordo dell’estate trascorsa nell’antica città di Firuzabad con le sue rovine zoroastriane e la profonda amicizia con Ramin, mai più ritrovato dopo quell’estate meravigliosa. Tornano in superficie le ombre delle spie governative che assistevano alle sue lezioni e che sembrano reincarnarsi nelle gallinelle d’acqua che seguono il padre e la figlia durante la loro passeggiata, fino all’ultima amara confessione, fatta alla moglie morente mentre Farhad le teneva la mano. Una rivelazione che chiude un cerchio sulla sua vita e sul rapporto con una figlia che da lui ha sempre atteso qualcosa che non è mai arrivato…

Dokhtar-e-nazaninam, mia amata figlia”. Con queste parole comincia la lettera che Parvaneh riceve e che la sconvolgono, perché il padre non l’aveva mai chiamata così, invocando il suo arrivo anche per mezzo di un verso del poeta persiano Moulana Rumi: “udirai il mio saluto di benvenuto sotto la lapide, e allora saprai che mai tu fosti nascosto al mio sguardo”. Parole pesanti, potenti e che trasformano il borgo medioevale umbro e l’esilio volontario del padre in un sepolcro distante che rischia di non vedere mai aperta la pietra che lo chiude. Nella scrittura di Bijan Zarmandili la natura si fonde con il racconto in modo perfetto. I due cacciatori che Parveneh scorge sull’altra riva del fiume, con i loro spari, oscurano il paesaggio che perde i colori e ammutolisce. E solo la loro scomparsa ridona le tinte e la vita al fiume e alle sue sponde. Così, anche il racconto del padre Farhad acquista concretezza e valore durante la passeggiata. Emerge dalla corrente del fiume, come se l’acqua fosse il tempo stesso che riprende a scorrere nel mentre i due camminano. La rievocazione del viaggio a Firuzabad fatto in gioventù è un altro modo per tornare alle origini, al legame con un mondo che aveva provato a dimenticare. Definito come un testamento spirituale, Il fiume tra noi racconta anche e soprattutto dello spaesamento spirituale del mondo attuale. “Vedo tanti africani in giro, molti asiatici, giovani venuti chi sa da quale parte del mondo e mi domando se si ritengono ancora africani, asiatici, latinoamericani, o si sentano persone sospese tra la terra e il cielo. Tu mi dici che sono rimasto persiano, mah… Ha ancora un senso sentire di appartenere a una terra, a una patria?”.



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