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Il fuorigioco mi sta antipatico

Il fuorigioco mi sta antipatico
Quando nel 1970 Luciano Bianciardi inizia la sua collaborazione con il settimanale Guerin Sportivo diretto da Gianni Brera, è considerato nell'ambiente giornalistico e letterario uno 'bruciato'. A Grosseto ha fatto il professore di liceo col vizietto della cultura e l'hobby della biblioteca, poi ha mollato la famiglia, si è trasferito a Milano con la sua nuova compagna e lì ha vivacchiato fino all'uscita qualche anno prima de La vita agra, un romanzo di grandissimo successo che è diventato anche un film con Ugo Tognazzi. Ma il suo caratteraccio, la sua allergia alle regole e alle ipocrisie che la carriera richiede (che lo porta a rifiutare offerte di lavoro nientemeno che dal Corriere della Sera) e una buona dose di sfortuna gli hanno fatto 'perdere il treno', e ora Bianciardi è un intellettuale anarchico un po' rompiballe che scrive su riviste per soli uomini o fogli ametà tra lo scandalistico e il sovversivo come ABC. Nessuno si sarebbe mai aspettato da lui che si mettesse a tenere la rubrica delle lettere su una rivista sportiva, eppure Bianciardi lo fa e lo fa come mai nessuno prima, mischiando Boniperti e Marcuse (entrambi da lui sbertucciati, ci preme precisarlo), Voltaire e GiggiRRiva, il Risorgimento e la Nazionale, la rivoluzione e il calciomercato. Poco più di un anno (lo scrittore muore prematuramente nel novembre 1971) ripercorso passo passo da questa antologia di fulminanti pezzi giornalistici (tra tutti, memorabili i botta-risposta con Enzo Tortora), boutade irriverenti, battaglie perse in partenza, sfoghi e paradossi che oltre che a raccontarci un calcio lontano da quello delle pay-tv... ma non troppo, servono a dimostrarci che un altro giornalismo sportivo è possibile.