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Il furto della Divina Commedia

Il furto della Divina Commedia

Milano, 1954. Michele Esposito, pedante e lagnoso ultrasessantenne preside del liceo ginnasio Marco Tullio Cicerone, è un “uomo dall’aspetto insignificante: di bassa statura, fisico mingherlino, una pronunciata calvizie attorniata da pochi capelli bianchi”. Scapolo e senza legami, coltiva una sola grande passione extrascolastica: quella per i libri antichi, nell’acquisto dei quali investe buona parte dei risparmi, soprattutto dopo aver ricevuto l’eredità di uno zio contrabbandiere, che aveva accumulato una fortuna nell’America del proibizionismo. Al momento il suo tesoro più prezioso è un raro incunabolo della Divina Commedia risalente alla seconda metà del Quattrocento, pagato quattro milioni di lire. È così orgoglioso ed entusiasta del suo ultimo acquisto che decide di presentarlo a tutto il corpo docenti nella sala riunioni della scuola, con l’assistenza della sensuale e affascinante segretaria Anna Maria Rosellini, di cui il preside è succube. Una settimana dopo la presentazione, però, la Rosellini si accorge che il prezioso volume è sparito dalla cassaforte dell’istituto. Tocca al bell’ispettore Fausto Lorenzo indagare sul furto, ma durante le indagini alla ricerca del ladro il caso si complica e un omicidio infittisce e aggrava la trama del mistero. I due reati sono forse collegati?

Un nuovo personaggio dalla penna già affermata di Dario Crapanzano: Fausto Lorenzi, ispettore quarantenne di origini friulane, sposato, separato e con un figlio. Un bell’uomo, alto e muscoloso, dagli occhi “di ghiaccio” in grado di intimorire ogni interlocutore ma che tuttavia non declina un invito a pranzo dalla mamma Mina, turbata dalla sua separazione. Bravo investigatore, ma disorganizzato e un po’ confusionario, con un modo di procedere nelle indagini non sempre ortodosso o rispettoso delle gerarchie, ma con all’attivo una lunga serie di casi risolti. Un giallo semplice e leggero, dalle tinte vintage in ogni suo aspetto: a partire dalla prosa, scorrevole e sobria, per arrivare all’ambientazione. Anche il linguaggio rispecchia lo stile un po’ datato, se pure qualche volta i dialoghi risultino un tantino improbabili e troppo semplicistici, anche nella trascrizione dei pensieri di Lorenzi che spesso si rivolge a se stesso nei ragionamenti o nelle mute e scortesi risposte che pensa ma evita di dare ad alta voce, ma nel complesso è un romanzo rilassante e interessante, senza elementi truci o adrenalinici che causano paura o tensione ma che comunque tiene in scacco il lettore, curioso di scoprire la verità. Immersi nella storia, fanno capolino elementi che richiamano perfettamente l’epoca storica e trasportano il lettore indietro nel tempo, contestualizzando l’ambientazione in modo discreto.