Il futuro è il mio mestiere

Il futuro è il mio mestiere

Filippo, capelli arruffati e maglietta stinta, con l’aria del gatto che ha acchiappato il topo, osserva i tabelloni con i risultati finali affissi nell’atrio della scuola. Ce l’ha fatta! Loro, gli adulti, i professori, non lo hanno bocciato. Nel secondo quadrimestre è riuscito a portare a termine una clamorosa remuntada, degna del miglior Barcellona o del Liverpool. Ed ora, nei tempi supplementari, durante le vacanze estive, lo attende un periodo di studio intenso per recuperare a settembre i debiti di due materie molto impegnative. Solo qualche mese prima sembrava un’impresa al limite dell’impossibile. Filippo, sedici anni, frequenta la seconda superiore, ma vive un momento delicato. Il rendimento scolastico è scarso, ha un atteggiamento apatico, annoiato, sempre altrove, a tratti aggressivo. Ma il tempo sta per scadere, non si può aspettare ancora e gli scrutini di fine anno ormai sono alle porte. La professoressa Inzaghi (severa ma comprensiva e sempre dalla parte degli studenti), unitamente agli altri docenti, elaborano collegialmente un “Piano di rientro”, per consentire agli studenti in difficoltà di recuperare entro la fine dell’anno scolastico. Entusiasta del lavoro svolto nel collegio, l’insegnante propone a Filippo un patto: obiettivo non-bocciatura, e gli consegna un foglio con la road map da seguire. Con il sostegno dei suoi genitori (a cui la professoressa regala un manuale semiserio per genitori che vogliono provare a farcela) e una grande forza di volontà, Filippo raggiunge l’obiettivo. Poi l’arbitro fischia la fine dell’incontro. Risultato finale: professoressa ed alunno hanno vinto ciascuno la propria partita...

C’è forse qualcuno che non avrebbe desiderato avere una professoressa come Elena Inzaghi? Un’insegnante sui generis, che dietro ai banchi di scuola non vedeva solo alunni da valutare in termini di rendimento scolastico e apprendimento culturale, ma soprattutto adolescenti a cui prestare attenzione per aiutarli nella crescita personale, diventare persone equilibrate, tenere i piedi per terra e la testa alta, insegnargli l’esercizio della resilienza. Il futuro è il mio mestiere, il suo primo libro, è una lettera indirizzata ad un ragazzo sedicenne, in cui l’autrice, docente nella scuola pubblica per oltre trent’anni, ricorda il percorso impegnativo che è stato necessario affrontare per recuperare un anno scolastico il cui esito sembrava ormai indirizzato verso un’inevitabile bocciatura. Nelle pagine del libro emerge il pensiero non di una scrittrice visionaria, ma di una docente che analizza gli aspetti critici della scuola attuale, ammette con coscienza gli errori che vengono commessi con più frequenza dagli insegnanti, illustrando che tipo di insegnamento sarebbe opportuno svolgere per migliorare l’aspetto didattico ed educativo nonché il ruolo dell’istituzione scolastica nel contesto sociale. A supporto della sua ideologia di insegnamento, Elena Inzaghi fa riferimento ad autori come Daniel Goleman e al suo celebre Intelligenza emotiva, Bruno Bettelheim, Asha Phillips, don Milani, per citarne alcuni. Rivolgendosi ad alunni, genitori, docenti e sé stessa, al pari di una confessione, l’autrice non scrive solo una lettera, ma elabora una sorta di vademecum, affinché gli insegnanti restino “lampadine accese e silenziose” ad illuminare la via e “plasmino come artigiani quel materiale grezzo di cui dispongono per cinque anni”. La speranza, per riprendere un pensiero di don Milani, è che la scuola non si perda i ragazzi più difficili, perché in tal caso non sarebbe più una scuola, ma un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Dal sito dell’Istituto Comprensivo Statale “Via della Commenda” di Milano, si apprende della recente scomparsa della professoressa Elena Inzaghi. Auspico che il futuro delle nostre scuole possa essere come lei lo immaginava.



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