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Il gene maledetto

Il gene maledetto

“Mi chiamo Lorenzo, anzi mi chiamavo: sono morto a soli 27 anni di fibrosi cistica, una malattia ereditaria che non perdona”. I medici definiscono la sconcertante diagnosi pochi mesi dopo la sua nascita e la disperazione dei genitori, in particolare della mamma, non ha luoghi e non ha confini. Lorenzo ne comprende la gravità solo nell’età adolescenziale, quando assiste alla morte di alcuni compagni di ospedale, cosa che non lascia più spazio a dubbi. Uno degli avvenimenti o circostanze che più lo lascia perplesso è la reazione di suo padre di fronte alla realtà. Non può aver trasmesso lui la malattia a suo figlio, perché nella sua famiglia nessuno ha mai contratto un male simile a quello. Non serve a nulla anche la spiegazione dei medici “…una patologia genetica autosomica recessiva” e questo significa che i suoi genitori gli hanno trasmesso un allele malato cadauno. Niente! Impossibile! Il suo DNA non è assolutamente malato. Crede forse che da lui ci si debba attendere solo la perfezione? Questi pensieri o convincimenti lo inducono a vivere l’iter della malattia di suo figlio come se la cosa fosse a lui estranea e probabilmente anche la sua morte scivola via come se fosse quella di un conoscente, preso com’è nelle sue personali disquisizioni riguardo quegli inspiegabili accadimenti e sconvolgimenti createsi nel corpo di suo figlio. Come ha fatto ad approdare quel gene malato? Sarà mica colpa del caso? Oppure colpa del destino o ancora meglio dell’inquinamento cosmico che ormai attanaglia le nostre vite? La reazione della sua mamma, invece, è tutt’altra. Disperazione iniziale e poi solo amore e accudimento. In realtà nella sua famiglia qualche caso di fibrosi cistica c’è già: Alba, una lontana parente e Giorgio un cugino alla lontana. Mai una volta, nonostante tutta la fatica e tutto il dolore, la donna fa pesare a suo figlio il bagaglio ereditario e la sua sofferenza. A vederla si può pensare che quella sia la sua giusta destinazione: donna di casa, moglie presente, madre amorevole di fronte alle difficoltà. Guardando indietro nel tempo, in verità, si scopre un’altra donna, un’altra ragazza con tanti sogni e voglia di vivere…

Il gene maledetto è il secondo romanzo di Rosaria Patrone: narra della breve vita di Lorenzo, un ragazzo scomparso prematuramente a causa della fibrosi cistica, gravissima malattia dovuta alla mutazione del gene CF (cromosoma 7), il quale regola una proteina che funziona come canale per il cloro denominata CFTR (Cystic Fibrosis Transmembrane conductance Regulator). Una terribile patologia che coinvolge diversi organi interni e che porta inevitabilmente al decesso di chi ne è sfortunatamente affetto. Anche Lorenzo è morto e racconta in prima persona la sua malattia, narra delle sue emozioni, dei suoi pensieri, dei suoi contrasti con il padre che non accetta il dolore e della forza e dell’amore di sua madre. Lorenzo racconta dei suoi parenti e di Amin, un ragazzo arrivato dall’Uganda che intraprende un percorso lavorativo nella ditta di costruzioni di famiglia. Il giovane ci parla di Federico, che cerca come può di stare vicino a Lorenzo e di Teresa, un trans che il ragazzo conosce all’università. Le vite dei suoi amici fanno da sfondo e spesso sono vive protagoniste dell’esistenza di Lorenzo, tra ricoveri ospedalieri, accettazione del proprio stato, stupore, dolore e incredulità. Lorenzo, nonostante la malattia, vive una vita di sentimenti e nella sua esistenza conosce due storie d’amore, una con Betty - anche lei ammalata - e una con Maria, alla quale però non avrà il coraggio di rivelare i propri sentimenti. Il gene maledetto è un romanzo che offre diversi spunti di riflessione sulle reazioni più disparate degli esseri umani di fronte alla malattia e su quanto a volte sia la persona afflitta a dare forza a chi sta accanto. Buona l’idea della scrittrice avellinese di redigere un romanzo in cui affrontare in maniera schietta un argomento così forte e potente. Peccato che la scrittura piuttosto convenzionale non riesca ad esaltare come sarebbe stato necessario le emozioni di chi narra e tratteggi in maniera piuttosto sfocata i contorni dei personaggi. La narrazione comprende storie di vita intorno alla malattia, concentrandosi molto spesso su di un racconto degli episodi che rimane fine a se stesso, senza scavare nella profondità delle azioni e senza sottolineare le vive sensazioni che inevitabilmente, in un simile contesto, nascono dai gesti e dalle parole. Un libro quello della Patrone che poteva essere un romanzo di una potenza disarmante e che, invece, nasce e cresce come una lettura scorrevole che si limita a raccontare la storia di un giovane e di chi è intorno a lui, lasciando sullo sfondo quello che è l’argomento focale.