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Il gioco degli occhi

Il gioco degli occhi

I resti ancora fumanti dell’incendio in cui sono stati distrutti i libri di Kien, il protagonista di Auto da fé, continuano a generare nell’autore un tormentoso senso di scoramento e di rimorso. Insieme con i libri egli avverte come l’impressione che nel rogo fosse andato in fiamme il mondo intero, che nei volumi della fornitissima biblioteca dell’illustre sinologo trovava completa rappresentazione. E non può fare a meno di provare un profondo senso di colpa, di trovarsi ormai in un deserto sconfinato, di non riuscire più nemmeno a prendere in mano un libro per leggerlo senza provare un senso di nausea e di tornare a scrivere. Finché una notte la forza della disperazione gli consente di aprire un denso tomo di Georg Büchner acquistato molti anni prima ma mai aperto prima di allora. In preda all’euforia il giorno dopo, di buon mattino, si reca da Veza, con cui da sei anni ha una relazione d’amore, per raccontarle il fatto e il contenuto del testo. In seguito anche la scena torna a popolarsi, e le figure che vi si mostrano sono memorabili. Innanzitutto Da Hermann Broch, uomo fragile e di delicata sensibilità, come «un uccello, grande e bellissimo ma con le ali mozze», al direttore d’orchestra Hermann Scherchen, preso da una perenne ansia di conoscere cose nuove, di imparare tutto a memoria e che tiene sotto a ogni spartito i testi di Spinoza. Da Anna Mahler, figlia del compositore, con la quale Canetti intreccia un complesso rapporto amoroso, allo scultore irruento e selvaggio Fritz Wotruba, Poi il solitario e timoroso Robert Musil e Alban Berg, che si espone al mondo nella sua totale gentilezza d'animo…

Diciamocelo francamente: è indicativo il fatto che troppo spesso la biografia di uno scrittore venga ritenuta come un fattore marginale che non possa influire in modo determinante nella comprensione di quel che da lui è stato scritto. Quando il suo nome ricorre in qualunque circostanza, i primi ricordi che affiorano alla nostra mente sono le opere che egli ha composte e non certo la realtà circostante che lo ha influenzato nel generarle. Tuttavia, nel momento in cui ci si trovasse di tra le mani un testo “autobiografico” evocativo di illustri testimonianze del quadro storico e culturale del periodo che ne ha segnato la formazione, sarebbe più facile comprendere i fattori che hanno animato il pensiero e la creatività dell’autore e contestualizzarne l’opera. Per questa non irrilevante ragione riteniamo utile e consigliamo la lettura del presente volume di Elias Canetti, in cui lo scrittore di lingua tedesca nato da genitori ebrei sefarditi prosegue la sua biografia di giovane adulto avviata in Auto da fé e ne Il frutto del fuoco. Tale secondo testo copre il periodo che va dal 1931 al 1937. È ambientato soprattutto sulla sua vita a Vienna e sulle relazioni che egli intrattenne con i tanti intellettuali, scrittori, musicisti, artisti che la popolavano e ne animavano il fervido ambiente culturale su cui si allungano i presagi ombrosi di un futuro funesto. Le pagine del libro ci consegnano un’affascinante ricostruzione dell’ambiente e della formazione di Canetti, in cui si intrecciano i molti fili di un pensiero intellettuale complesso e gli stati d’animo di un mondo irripetibile. Un testo di scoperte e di piaceri istruttivi da un lato, dall’altro l’affresco una cultura e le sue tensioni, una società e i suoi problemi.