Il giorno mangia la notte

Il giorno mangia la notte

In una calda ed afosa estate milanese, le vite di Naima, Stefano e Giorgio stanno per incontrarsi e graffiarsi per sempre. Giorgio esce dall’ennesima serata di gioco d’azzardo, matto e disperatissimo: come sempre ha perso tutto e vede sempre più lontano il giorno del riscatto. La sua vita è ad una pausa: pausa d’amore, pausa di lavoro, pausa da genitore. Solo la sfortuna non prende mai una vacanza. È completamente al verde, così per disperazione decide di rapinare una anziana marocchina che vede avanzare per strada: ma la donna non ci sta, resiste e anzi prova a rincorrere il suo aggressore. Una macchina la centra e la sua vita finisce lì. Il tutto per pochi spiccioli, che Giorgio berrà subito, ed una collanina con la Mano di Fatima. Dall’altra parte della collana c’è Naima, la figlia della donna, che sopravvive a colpi di kickboxing ad una vita di un quartiere popolare: la notizia dell’incidente e l’inevitabile morte della madre la precipitano in un vortice di altre insicurezze, quelle che la allontanano da Matteo e da Giulia. Vorrebbe prendere la vita a pugni, ma sono i pugni a prendere lei. Nella stessa palestra di Corvetto incontra e si scontra con Stefano, figlio di Giorgio, neofascista, che di giorno fa l’avvocato e soddisfa le voglie del suo capo, di notte progetta ed attua raid punitivi per liberare Milano, ma secondo le sue ambizioni la Patria intera, dai parassiti, dai negri, dagli africani. Finché non scopre che il suo pensiero è attratto proprio da quei ricci di quella marocchina, di Naima, sfrontata, aggressiva, fragile. Da lì gli equilibri cambiano...

Il romanzo d’esordio di Silvia Bottani, giornalista milanese, è per molti versi convincente: le storie si svolgono e si avvolgono concentricamente in una Milano nera e quasi indifferente, che non è solo cornice, ma essenza stessa della narrazione: un universo di corpi, odori, sogni che si mescolano senza soluzione di continuità, senza pudore. Convincente, ma non proprio originale: nei temi dell’immigrazione di una Milano melting pot, dell’incertezza sessuale di Naima, del bisogno di affetto ed affermazione di tutti i personaggi, degni rappresentati di una società fragile, avvolta ancora nel mito dell’età dell’oro degli anni ’80, ma mai cresciuta davvero. Nulla di nuovo nel personaggio di Stefano, sfrontato e poi redento, conquistato dalla bellezza della giovane Naima, che incarna l’esatto opposto delle sue presunte credenze. Proprio Naima catalizza tutte le attenzioni, è il fulcro della narrazione, magari l’alter ego della scrittrice: nata e cresciuta a Milano, comincia a sentire adesso il peso del colore della sua pelle, lei che non era abituata più a combattere le discriminazioni, in quanto ormai italiana da due generazioni, ha abbandonato la sua fede ed oramai pensa di essere integrata. C’è da dire però che è scritto bene, è scorrevole, a tratti anche riflessivo: è diretto come un pugno nello stomaco ed è capace di catturare tutte le nostre attenzioni.



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