Il giunco mormorante

Il giunco mormorante

Alle nove di sera del 2 settembre 1939, a Parigi, presso una stazione di autobus in partenza per l’aeroporto Le Bourget, Ejnar e la sua amata si separano. Ma il destino regala loro una proroga all’ineluttabile momento dell’addio. Un impiegato invita la donna a salire sull’autobus per accompagnare il suo uomo, concedendogli ancora un’ora per stare insieme, per scambiarsi le ultime effusioni, prima che la vita riprenda il suo corso. Pensando a ciò che è stato, a ciò che sarà, la ragazza torna nella casa in boulevard de Courcelles, dove vive con lo zio, Dmitrij Georgevic, accademico e uomo di grande spessore intellettuale. Trascorreranno sette lunghi anni di separazione fino al giorno in cui rivedrà Ejnar: anni di vita quotidiana, dedicata alle cure dell’anziano Dmitrij, anni di solitudine. Alla fine della guerra e dopo due anni dalla morte dello zio, la ragazza accetta la proposta di un editore svedese, scrivere una biografia di Dmitrij e parte per Stoccolma. Nella città svedese frequente Olners, l’editore, con la sua famiglia e gli amici, e nel corso di una cena incontra Ejnar, vecchio amico di Olners. Apprende che Ejnar si è ricostruito una vita, sposandosi con Emma. Sarà proprio lei ad invitare la ragazza a trascorrere qualche giorno di vacanza a Venezia, insieme a loro, al dottor Mattis e a Mario, vecchio amico di gioventù di Emma. Qui passerà del tempo sola in compagnia di Ejnar, nella speranza, vana, di capire il perché della sua partenza, della sua scomparsa…

Tutti noi dovremmo avere la nostra “no man’s land”, una terra di nessuno, o meglio una terra solo nostra, in cui essere padroni di noi stessi. È bello avere una vita che appartiene solo a noi, di cui nessuno sa nulla, una vita caratterizzata da libertà e mistero, indispensabile per raddrizzare “la linea generale” dell’esistenza. Questo il messaggio che ci regala il libro della Berberova, in cui leggiamo di amore, libertà, speranza, delusione, dolore, temi di cui l’autrice scrive con uno stile narrativo gradevole, quasi etereo. È un romanzo introspettivo, profondo, molto intenso, che stimola a riflettere, nella speranza di trovare risposte a domande che molti lettori si saranno posti. L’uomo dovrebbe essere un giunco pensante, che mormora e protesta. Dovrebbe difendere la propria libertà, non permettere alcuna ingerenza nella sua zona personalissima, in quel mondo libero e segreto, non consentire a nessuno di interferire con il proprio destino. Anche se questo dovesse spingerci verso una direzione opposta a quella che vorremmo, verso la solitudine, in nome della libertà. È giusto sacrificare l’Amore sull’altare della Libertà? Sullo sfondo del romanzo una Parigi buia e morta, invasa dall’esercito tedesco, una Stoccolma austera e granitica e una Venezia dove tutto sembra leggero, aereo, di merletto. “Perché nel coro universale l’anima / non canta come il mare, e il giunco / pensante mormora, protesta?” – Fedor Tjutcev, 1865.



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