Il grande Torino – Gli immortali

Il grande Torino – Gli immortali

Se si cercano uomini, nel gioco del calcio e nella storia dello sport internazionale in genere, che siano stati capaci di sconfinare, già in vita, dalla realtà alla leggenda, per poi approdare definitivamente e per sempre a questo secondo ambito con la loro morte, uno dei primi nomi che verranno in mente è senz’altro quello dei membri del Grande Torino. Un gruppo incredibile di calciatori, costruito da un primo “blocco” sapientemente creato all’inizio degli anni Quaranta, per poi essere perfezionato e ampliato di anno in anno in modo sempre molto mirato e calibrato, senza mai stravolgere un’ossatura perfettamente oliata e concatenata. Un gruppo capace di costituire, in una partita del 1947, la Nazionale Italiana per i suoi 10/11 (tutti tranne il portiere). Anno per anno, dall’avvento della presidenza di Cinzano al tragico impatto sulla collina di Superga, viene in quest’opera realizzata una dettagliatissima ricostruzione storiografica, che s’incentra di tanto in tanto anche su estratti giornalistici dell’epoca; questi ultimi costituiscono, in particolare, delle vere e proprie “chicche”, dei preziosi distillati di quando anche il cronista sportivo era non solo dotato di perfette capacità lessicali e linguistiche, ma spesso capace di vere e proprie impennate letterarie (vedasi i commenti dell’ex CT doppiamente vittorioso in Nazionale, Vittorio Pozzo, davvero illuminanti, di Carlin Bergoglio, e anche gli estemporanei interventi, al momento della tragedia, di Dino Buzzati e Indro Montanelli). Originale, e piuttosto ben riuscita, l’idea che a raccontare in prima persona il tutto sia il campo, lo Stadio Filadelfia del Grande Torino: l’avrà forse suggerita involontariamente Walter A. Novellino, calciatore degli anni ’70 che giocò anche in granata, quando ha sostenuto che in quello stadio vi erano “muri che sembravano persone e persone che sembravano muri”? Nonostante le interruzioni, traversie e cataclismi vari che quell’imbattibile squadra ha dovuto affrontare e cui si accennerà tra poco, quasi incredibili nella loro dimensione e frequenza visto che si è trattato comunque di un lasso di tempo di 8 anni scarsi, il Grande Torino è riuscito a incidere nella pietra dell’eternità a caratteri d’oro il proprio nome già ben prima della drammatica, indimenticabile fine del 4 maggio 1949, che semplicemente è riuscita a fissare, nell’immaginario collettivo, le figure di quei ventuno protagonisti come per sempre giovani, per sempre straordinari. Come ha sintetizzato meravigliosamente Bergoglio: “Forse era troppo meravigliosa questa squadra perché invecchiasse. Forse il destino voleva arrestarla al culmine della sua bellezza”…

Il Torino vince subito, il primo anno dall’esordio della nuova presidenza, e vince in modo arrembante, con numeri di differenza/reti e di punteggio in classifica superlativi, mai visti prima di allora; con un gioco sempre spettacolare, a tratti inarrestabile (restarono famosi i “15 minuti” del Grande Torino perché era frequentissimo che, in un solo quarto d’ora, segnasse 3 o 4 gol volgendo a proprio totale favore l’inerzia della gara); ma... ecco, c’è stato sempre qualche “ma”. Il primo grande “ma” è stato la guerra: il Toro avrebbe potuto senz’altro, con percentuali vicine alla assoluta certezza, vincere subito altri due campionati 2 (del resto ce lo dice ciò che successe subito dopo) ma per due anni il Campionato fu sospeso causa guerra. E, allo scadere di tale biennio, il Toro rivinse, pur dovendo affrontare anche qui delle difficoltà “particolari” perché vi era dapprima da qualificarsi nel Torneo “alta Italia” e successivamente disputare le finali con le squadre degli altri gironi ; quale eccezione, non fu un girone unico, quello del ‘45/’46, ma il Torino se lo aggiudicò ugualmente, dimostrando di possedere una forza di squadra del tutto immune anche alle formule stesse dei tornei. Poi ne vennero altri tre, consecutivi, per arrivare così a cinque, sempre stravinti, sempre dominati in lungo e in largo, anche con 16 punti di vantaggio, talvolta dovendosi il Toro moderare, in alcune gare, allo scopo di non irridere troppo l’avversario seppellendolo con punteggi esageratamente alti. Altri piccoli e grandi “ma”, tutti però sempre superati da una squadra compatta e molto unita anche fuori del campo, vengono enumerati nel corso della storia: da un paio d’incidenti aerei evitati per poco (prodromo della futura sciagura, ed è un fatto che, anche prima di tali episodi, molti calciatori del Toro odiassero l’idea di salire su “quei sigari con le ali”) ai continui incidenti in moto del “centauro” immarcescibile Rigamonti, sempre però pronto a ritornare in campo anche magari con qualche livido di troppo sul corpo, anche all’ultimo momento scappando dai Pronti Soccorso; alle disavventure familiari del “quasi bigamo” Valentino Mazzola, costretto a risposarsi in Romania dai cavilli e contraddittorietà delle leggi italiane e a fare poi i salti mortali per non vedersi sottratto il diritto di incontrare i propri figli, Ferruccio e Sandro, futuri calciatori il secondo dei quali famosissimo. La sostanza, però, ineluttabilità tragica della morte a parte, è proprio questa: quel gruppo era fatto prima di tutto di grandi uomini, di persone che nella vita di tutti i giorni (vedasi il portiere Bacigalupo) sarebbero state pronte a tuffarsi in acqua in spiaggia per salvare due bagnanti contemporaneamente dall’annegamento; o sarebbero andate a chiedere ai tifosi, avvicinandosi agli spalti, il risultato delle avversarie per gioire assieme a loro (Valentino Mazzola); o sarebbero andati a chiedere al proprio presidente, con successo, di ridursi gli ingaggi tutti quanti pur di evitare di dover cedere un proprio compagno, importante per il gioco e per lo spogliatoio (come fece di nuovo Mazzola a nome di tutta la squadra quando stava per essere ceduto il terzino Ballarin); o infine si sarebbe volentieri messa a spingere il pullman della società per farlo uscire dal ghiaccio durante le trasferte, come una volta fecero un po’ tutti i giocatori. Prima di tutto grandi uomini, e poi, quasi per conseguenza, grandi calciatori e grandi sportivi (vedasi anche la generale pacatezza dei commenti a caldo effettuati dai giocatori subito dopo le partite, anche quelle perdute): ora è tutto il contrario, i calciatori sono per la stragrande maggioranza “bambole” in un gioco controllato e organizzato da altri nel quale loro sono solo gli oggetti da mostrare, e sono dunque quasi sempre solo calciatori. Talvolta anche uomini, ma quasi mai uomini di così elevato spessore. L’opera presenta diverse fasi appassionanti e in grado di piacere a qualsiasi lettore, come forse era anche inevitabile viste le caratteristiche del materiale trattato: ma, visto l’elevato grado di meticolosità della ricostruzione storica, che arriva a descrivere ogni singola partita di quel quinquennio grandioso, comprese amichevoli e partite della Nazionale italiana, risulta lettura destinata più che altro ai torinisti accaniti o agli addetti ai lavori del giornalismo sportivo: sfrondare gli eventi raccontati e di conseguenza anche il numero di capitoli, avrebbe altresì consentito di rendere più efficace anche l’artificio narrativo del “racconto dalla voce del Fila (delfia)”. Nel contempo, va detto che si tratta di un’”opera prima” per Manassero e da questo punto di vista l’esito va considerato senz’altro più che incoraggiante.



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