Il levitatore

Il levitatore

Tutto ebbe inizio una mattina fredda, d’inverno, quando Anteo, a soli quattordici anni, seduto in terra con le gambe incrociate, accanto al tutankamino con dentro il dito imbalsamato del padre (se lo era tagliato con la motosega mentre spaccava la legna), quasi per magia iniziò a sollevarsi, arrivando fino al soffitto, oltre due metri e mezzo. Il debutto nel mondo della levitazione fu rapido e fulmineo, e pur vivendo una situazione di vertigine, in quella circostanza sentì di poggiare su una base solida. In poco tempo la sgravità diventa un chiodo fisso intorno al quale cominciano a ruotare le giornate, l’unico momento in cui Anteo riesce a ragionare sulla propria vita, fare il punto della situazione, organizzare e catalogare le idee, trovare la pace ed essere felice, distaccarsi e fuggire dalle brutture del mondo. Ma la questione della ex moglie Ginetta, che lo ha denunciato per stalking senza alcun fondamento e continua a spedirgli raccomandate di atti giudiziari, gli impedisce di sollevarsi, tenendolo legato a terra. È il piombo fuso gettato ai suoi piedi, come fece Carlo d’Angiò con Douceline, la santa levitatrice, per negarle la libertà di sgravitare. Chiuso nella sua solitudine, senza lavoro, con i soldi lasciati in eredità dai genitori, che gli consentono di vivere al massimo per un paio di anni, Anteo trascorre le giornate tra vincoli parentali e qualche amico, nell’attesa che Ginetta non lo tormenti più. Desidera solo levitare. Nei giorni concordati si reca dalla ex per prendere Plotina, la cagnetta, con cui ama fare delle passeggiate sul lungofiume. Poi inizia il processo, ma nel frattempo nella sua vita entra Letizia, un’accuditrice di animali...

Se Alejandro González Iñárritu non avesse diretto il film Birdman e Errico Buonanno non avesse scritto Vite straordinarie di uomini volanti, la storia di Anteo Aldobrandi, il protagonista di quest’ultimo lavoro di Adrián Bravi, probabilmente non sarebbe nata. Dalla visione della scena iniziale del film, in cui Birdman medita davanti ad una finestra, sollevato da terra, come fosse un gesto normale, l’autore ha iniziato a pensare alla storia del levitatore, poi arricchita dalla lettura del libro (Bravi lo ha confessato a “Fahrenheit”, un programma radiofonico di Rai Radio 3). Anteo, voce narrante in prima persona, è un ragazzo come tanti che conduce una vita definibile, a pieno titolo, normale. Ha perso entrambi i genitori, ha una ex moglie e una cagnolina a cui è molto affezionato, il suo unico legame affettivo, con cui ama fare delle lunghe passeggiate, uno zio ormai un po’ fuori di testa, e anche un amico, l’orologiaio che abita vicino alla ex. Vive in solitudine, l’unico scopo è levitare e staccarsi da “questa terra maledetta” (riprendendo i versi di un poeta veneziano) quel tanto che basta per osservare con distacco i problemi che lo affliggono, organizzare e catalogare le idee, fuggire dalla realtà, trovare un po’ di serenità, di felicità portatile (così la chiama Bravi, una felicità che si concretizza nel momento di raccoglimento su stesso, quando è sollevato da terra, una felicità che può portare con sé e trovare nei momenti più dolorosi). Per lui levitare è vitale, così come, per il trapezista del racconto Primo dolore di Kafka, lo è non scendere dal trapezio, neanche in assenza di pubblico (è lo stesso autore ad accostare i due personaggi). Ma ogni giorno diventa sempre più difficile sollevarsi. Ci sono pesi che schiacciano a terra, ostacoli che interrompono quella ripetitività dell’esistenza che senza dubbio agevola le levitazioni. Anteo è tormentato dalle denunce presentate da Ginetta per motivi inspiegabili (forse una prova di innamoramento per il nuovo compagno), dall’imputazione per stalking in un processo, ancora una volta, dal sapore kafkiano, ma anche dalla memoria prenatale, a causa della morte della sorellina gemella eterozigote prima della sua nascita (una sorta di fratricidio spontaneo per la sopravvivenza?). Eppure arriverà l’amore, una nuova vita e la fine del processo. Con un linguaggio piano, un ritmo narrativo costante ed una piacevole spolverata di ironia, Bravi scrive intorno alla solitudine, al peso del passato, alla voglia di distaccarsi da un mondo ostile che calpestiamo ogni giorno. La lettura alimenta la voglia di sgravitarsi, affinché ciascuno trovi il modo di contrastare quella levitazione discenditiva che tiene inchiodati a terra, impedendoci spesso di essere felici.



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