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Il libro dei mostri

Il libro dei mostri

“È molto raro o addirittura impossibile che gli uomini si mettano d’accordo in tema di bellezza”, eppure sarebbe impossibile per chiunque affermare che Anastomos non sia bellissimo. Ha il corpo interamente ricoperto di specchi - più larghi sul petto e sulla schiena, più piccoli sul viso – che riflettono tutta la bellezza del cielo turchino, la luce abbagliante del sole sulla spiaggia, il riflesso dell’incanto immutabile ed eterno dei fiori, delle cascate, dei fiori, delle fiamme. Per questo motivo, nessuno oserebbe toccarlo, perché sporcherebbe certamente la sua pelle di specchi. Anastomos, quindi, è di fatto intoccabile… Il geometra Elio Torpo si occupa degli “affarucci” dei suoi compaesani, come compilare moduli o pagare le tasse. Un bel giorno, però, il geometra si ritrova tramutato in un vulcano di fango. Quando si sente trascurato erutta melma e finisce per ricoprire di fango il tetto di casa e l’automobile, suscitando “attacchi di nevrastenia” in tutta la famiglia. Le sue quattro figlie, allora, cercano di coprirlo di attenzioni ma la loro ipocrisia – vorrebbero soltanto evitare di lavare la macchina – non inganna nessuno, e persino il vulcano, a volte, se ne rende ben conto… “Una volta all’anno, in primavera, il capitano Luiso Ferrauto cambia pelle”. Emerge dalla muta roseo come un neonato ma in poche ore riprende il suo colore olivastro e gli ricrescono i capelli. Sua moglie raccoglie queste pelli e le riempie di plastica color carne, poi mette in garage i pupazzi rimessi in sesto, vestiti con l’uniforme. Quando il capitano è fuori per servizio, la signora scende in garage e fa ascoltare agli ex mariti i suoi brani preferiti di musica lirica… Giocoso Spelli è un teologo e professore di storia delle religioni, è un grande esperto di rotoli del Mar Morto e una autorità nella questione che riguarda il rapporto tra cristianesimo e religione degli Esseni. Ma è un mostro o comprende certamente qualcosa di mostruoso. Le corna gli impediscono di portare un cappello, quando ruggisce fa tremare il palazzo, ha le gambe cortissime e cammina aiutandosi con le mani che porta coperte da scarponi. Dalle fauci gli cola saliva rossa che qualcuno sostiene essere fuoco, non può entrare in auto perché è troppo largo e poi non saprebbe dove mettere le ali, che però non lo aiutano a volare perché pesa 375 chili. “La fidanzata ha detto a un’amica che a letto si comporta come la Bestia dell’Apocalissi”… I giornalisti non danno tregua al povero signor Doppo Primio, falegname di Vetriolo, da quando si è sparsa la notizia che fa le uova e anche i suoi concittadini fanno un sacco di ipotesi: per Don Olimpio nelle uova ci sono angeli, secondo il sindaco caffè istantaneo, per Scorsini Giovanni oro, secondo l’ufficiale postale qualche porcheria, per Pesci Luigi semenze varie, per Rossi Pierina calzini mutande eccetera, secondo Rossi Osvaldo merda… Gaio Forcelio ha sui lobi frontali i due soliti tentacoli “detti del romanziere impegnato”, ma “un po’ più disfatti che negli altri romanzieri impegnati”. Tuttavia il suo corpo è diventato come un’ostrica sgusciata, i braccetti che scrivono ciascuno il prorio romanzo gli cadono come vermi, ha le palpebre rivoltate, nei doppi menti prosperano ragni e zecche e se non scrive “si dondola a furia di rutti”. “Da molti anni è candidato al Premio Nobel, ma non glielo danno proprio per questo suo aspetto imbarazzante: la gente nordica tiene molto all’apparenza”…

Juan Rodolfo Wilcock – ingegnere, poeta, traduttore, scrittore e critico letterario, argentino di nascita (1919) naturalizzato italiano e morto nel 1978, nel giorno del rapimento di Aldo Moro, a Lubriano, dove si era ritirato dopo aver lasciato Roma, infastidito dall’ambiente letterario della città – è un personaggio assolutamente unico nel panorama culturale internazionale, colpevolmente assente dalla storia della letteratura italiana. Roberto Bolaño, particolarmente colpito da Il libro dei mostri, che annoverava tra i capolavori dell’humor nero e che è l’ultimo libro scritto da Wilcock prima di morire, lo ha definito “Uno dei più grandi e dei più strani (con tutto ciò che di rivoluzionario ha in sé questa parola) scrittori di questo secolo, che nessun buon lettore deve trascurare”. L’autore – impossibile da inserire in qualunque schema – definiva questa sua creatura “un romanzo con settanta personaggi principali (in realtà nel testo Adelphi sono sessantadue) che non si incontrano mai”. Personaggi strambi, bizzarri, allucinati e divertenti, decisamente surreali e grotteschi, raccontati con una ironia caustica e irriverente; mostri che in qualche modo, però, incarnano degli archetipi, dei cliché, tic, idiosincrasie e ipocrisie assolutamente reali della società, scorci autentici riconoscibili soprattutto nell’ambiente letterario. I quadretti più esilaranti e pungenti riguardano, non a caso, gli intellettuali, gli stessi che erano i destinatari privilegiati degli sfottò arguti e dei dardi infuocati contenuti negli articoli che Wilcock scriveva per varie testate giornalistiche romane, “velenosissimi elzeviri sulla società letteraria dell’epoca”, come li chiama Luigi Mascheroni; tipi umani abbastanza riconoscibili e costantemente presenti nell’ambiente, che costituiscono la punta di diamante di questo curioso bestiario allucinato; basti pensare alle due pagine meravigliose dedicate al critico letterario Berlo Zenobi, “una massa di vermi, un ammasso dalla forma non meglio definita”, consulente delle migliori case editrici e titolare di una busta paga con ben diciassette stipendi diversi, “ma è vero d’altra parte che i vermi parassiti hanno bisogno di enormi quantità di nutrimento”. Wilcock aveva una posizione abbastanza chiara in merito alla critica letteraria, “I libri bisogna leggerli! Quello che pensa un altro sui libri è poco interessante, se non si è letto il libro”. Ci sono anche personaggi di altro genere, come lo psicanalista simile a una vipera Ruzio Haub-Haub, o Mesto Copio a due dimensioni, o l’ufficiale postale Frenio Guiscardi che è un ammasso di peli, lana e bambagia; tutti riassunti mirabilmente nella frase che chiude l’ultimo quadretto di questa raccolta di freak, “Uomo, paradigma del mostro”. Da non trascurare l’attenzione alla scelta creativa e attenta dei nomi dei personaggi, perché anche lievi sfumature di suono vogliono esprimere qualcosa, come scrive Andrea Cafarella su “Cattedrale”, “il linguaggio crea ogni cosa, nominandola. […] In ognuno dei nomi che Wilcock ha usato, ha scelto, germoglia nascosto il suo significato profondo”. E ancora, “Attraverso le metafore generate dai suoi personaggi – creature paradossali e assurde – Wilcock svela le metamorfiche sfaccettature dell’animo umano, dell’inconscio, dell’estraneo”. A proposito della forma di questo irriverente bestiario archetipico, si è detto che l’autore ha reinterpretato il genere enciclopedista della letteratura, scegliendolo come il prediletto per tutti i suoi libri, che sono appunto sempre fatti di frammenti ed elenchi. Si è osservato anche che pure i mostri ritornano spesso nella sua scrittura, quasi popolassero costantemente il suo mondo. Questo “visionario pamphlet antintellettuale”, per usare ancora le parole di Mascheroni, fu con tutta probabilità ispirato da Jorge Luis Borges, al quale Wilcock era legato da lunga e profonda amicizia, e che era convinto che la vita di ognuno, in fondo, possa essere ridotta ad una parola, ad un gesto, capace di racchiudere il senso della sua esistenza. È evidente che l’indubbio divertissement sia solidamente sostenuto da un graffiante intento satirico che avvicina questo testo al gusto per la beffa che caratterizza Il dizionario del diavolo di Ambrose Bierce e, in qualche modo, anche Centuria di Giorgio Manganelli. Grande merito ad Adelphi per aver ripubblicato questo volume a cento anni dalla nascita dell'autore, donandogli una copertina bella ed efficace che riproduce una figura mostruosa femminile a tre teste, tratta da un’opera del naturalista botanico ed entomologo tardo rinascimentale Ulisse Aldrovandi. Se qualcuno ha voglia di conoscere meglio questo eccentrico scrittore, oltre che attraverso i suoi libri, può farlo guardando alcune interviste che si trovano in rete, che permettono, tra l’altro, di osservare i suoi occhi chiari e intelligentissimi, quelli con quali osservava sornione il mondo che lo circondava per poi farne bersaglio con la sua penna affilata.