Il lungo ritorno

Sul tavolo sono schierati soltanto simboli di morte: reperti provenienti da luoghi dei delitti, foto di cadaveri, una ciocca di capelli della vittima. A dispetto del clima piuttosto sinistro dell’ambiente, tuttavia, i pensieri di Lady Helen Clyde sono rivolti al nutrimento del corpo. Sono le quattro del pomeriggio e da oltre un quarto d’ora tutto ciò che Helen desidera è una tazza di tè. Ignaro dei suoi desideri, accanto a lei Simon Allcourt-St. James sta aprendo una serie di flaconi contenenti minuscole fibre che l’uomo intende analizzare accuratamente. Forse il tè dovrà aspettare, pensa Lady Helen. Quando, tuttavia, dal piano inferiore giunge il rumore di una porta che viene aperta e richiusa, Helen ricomincia a sperare e già immagina il fido Joseph Cotter che risale le scale reggendo un vassoio carico di focaccine appena sfornate, pasticcini alle fragole, panna e tè. Cotter, invece, è in ben altre imprese affaccendato. Sta trascinando un grosso baule su cui è fissato un grande adesivo che reca la dicitura in stampatello D. COTTER - USA. Deborah, la figlia di Cotter, sta tornando, quindi. Strano che St. James non gliene abbia fatto parola fino a quel momento. D’altra parte, è tipico di Simon rifugiarsi nel lavoro, quando non ha il coraggio di affrontare qualcosa che potrebbe ferirlo. Quando poi Simon le rivela che andrà Thomas Lynley, Lord Asherton - vecchio amico di St. James e suo collega di lavoro, in quanto ispettore di Scotland Yard - a prendere Deborah all’aeroporto, in quanto i due hanno cominciato a frequentarsi assiduamente e Tommy è andato diverse volte a trovare la giovane negli Stati Uniti, per Helen tutto diventa chiaro: Simon ha rinunciato alla ragazza e a rivelarle i sentimenti che prova per lei, soprattutto perché, a causa del trascorrere del tempo e della sua menomazione alla gamba, si sente meno uomo e teme di non avere armi che gli possano consentire di competere con Thomas. Lo sbattere della porta d’ingresso interrompe i pensieri di Helen. Seguono rapidi passi per le scale che annunciano l’unica persona dotata dell’energia necessaria per salire tre rampe in così breve tempo. La porta si apre e Sidney St. James, la sorella di Simon, entra e si lascia cadere su uno sgabello…

Il quarto libro di Elizabeth George nell’ambito della serie dedicata all’ispettore Thomas Lynley è in realtà un prequel, in quanto ambientato prima del romanzo d’esordio, E liberaci dal padre, del 1988. Tutti i protagonisti della serie trovano una loro collocazione in questa storia, inclusa la tostissima Barbara Havers, che qui appare solo in un breve cameo ma che avrà ampio spazio nei libri successivi. Thomas, ottavo conte di Asherton, ha dei possedimenti in Cornovaglia ed è lì che invita la fidanzata Deborah e gli amici di sempre Simon St. James e Lady Helen, consulenti scientifici della polizia londinese. Thomas vuole presentare la fidanzata alla madre, donna con la quale i rapporti si sono un po’ raffreddati anni prima, a seguito della morte, dopo una lunga malattia, del padre. Quella che dovrebbe essere una semplice breve vacanza viene ben presto sconvolta dal brutale omicidio di un giornalista locale, personaggio alquanto controverso e misterioso, nonché marito di una vecchia amica di Thomas, che decide così di indagare su un delitto tanto singolare, che potrebbe vedere coinvolti anche membri della sua famiglia. Sviluppi imprevisti, che riescono a disorientare anche il più abile dei lettori appassionati del genere, condurranno Thomas e St. James ad una insospettata verità, ma non prima che altre morti contribuiscano a turbare la tranquillità degli abitanti del luogo e delle famiglie stesse dei protagonisti. Più coinvolgente ancora dell’intreccio ordito dall’assassino è la rete delle relazioni complicate e sofferte tra i personaggi, che nascondono segreti, amori, rancori e sensi di colpa. La George, profonda conoscitrice dell’animo umano, riesce a proporre un universo narrativo estremamente affascinante, in cui l’attenzione si focalizza sulle dinamiche familiari, di cui l’autrice esplora ogni combinazione, senza timore di affrontare argomenti scomodi o di rallentare - attraverso lo studio psicologico approfondito dell’ambiente umano che interagisce con la vicenda poliziesca appunto - il ritmo interno del romanzo. In questo caso specifico, tutti i personaggi della storia si nutrono di sensi di colpa per non essere stati in grado, per timore di un rifiuto o per gelosia o per debolezza e vigliaccheria, di affrontare la vita e le sue responsabilità. Le sofferenze ed i rimpianti legati a tali sensi di colpa si scontrano e trovano la loro giusta collocazione all’interno di un romanzo che diventa qualcosa di più di un semplice giallo e rappresenta uno dei lavori meglio riusciti della George.

 


 

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