Il lupo e il filosofo

Il lupo e il filosofo

Mark Rowlands è un professore di filosofia di origini gallesi, insegna in Alabama. Un giorno scorge tra le pagine di un giornale un annuncio piuttosto insolito e particolare: ‘’Vendesi cuccioli di lupo, 96 per cento’’. Senza esitare un secondo, sale in macchina e viaggia spedito fino all’indirizzo del proprietario della cucciolata. Decide di prendere un cucciolo, quello che tra tutti gli è sembrato il più adatto alla loro futura convivenza, e lo ribattezza con il nome di Brenin, “che in gallese significa re’’. Brenin cresce in fretta, e dopo pochi mesi la sua stazza diventa difficile da contenere, e i suoi impeti si fanno distruttivi. Sembra che il suo passatempo preferito sia proprio distruggere tutto quello che lo circonda, compreso il loro appartamento, specialmente nei momenti in cui Mark Rowlands si assenta per andare dai suoi studenti a lezione. Sarà così necessario per il professore portare Brenin con sé dappertutto, perfino in classe. ‘’Lui se ne stava acciambellato sotto la cattedra o disteso in un angolo dell’aula a sonnecchiare, come molti miei studenti, mentre io pontificavo monotono su questo o quel filosofo’’. Due modelli. Quello scimmiesco e quello lupesco. Nel primo, l’inganno risulta avere un ruolo centrale, almeno secondo gli studi classici in merito. Brenin, al contrario, non lo conosce nemmeno, l’inganno. Non conosce il complotto e il desiderio di vendetta gli è completamente estraneo. Passa il tempo, e Mark e Brenin si trasferiscono a Cork, in Irlanda. Un professore di filosofia. Un lupo che assiste alle sue lezioni. Ma forse è proprio Brenin a insegnare qualcosa al suo padrone, e non viceversa…

Il tentativo di appuntare su carta la lezione impartita da Brenin nel corso degli undici anni passati insieme, e al contempo un’autobiografia. Mark Rowlands, oggi docente di filosofia all’University of Miami, tra aneddoti e riflessioni cerca di snocciolare sistematicamente il pensiero di grandi autori passati e ciò che segna l’intero corso della narrazione è un confronto: quello tra la scimmia, o se vogliamo, l’uomo, e il lupo. Sono metafore. Precisamente, la scimmia è la tendenza a comprendere il mondo in termini strumentali e a ridurre tutto, perfino i valori più importanti come l’amore e la fraternità, a una mera analisi di costi-benefici; il lupo, invece, che ha imboccato una strada diversa nel percorso evolutivo, è forte, sincero, e gentile con i più deboli. Fa quello che deve fare senza esitazioni né calcoli e ne accetta le conseguenze, qualsiasi esse siano. Lo scrittore, inoltre, ha come obiettivo quello di rischiarare la figura fin troppo ottenebrata del lupo, figura da sempre denigrata e considerata per esemplificare la ferocia stessa (vedi alla voce Cappuccetto Rosso). Il risultato è un connubio perfetto tra situazioni rocambolesche, osservazioni dettagliate sulla natura lupesca e filosofia applicata ai contesti più disparati. Non è un trattato di filosofia classica, né tanto meno un’opera destinata agli addetti ai lavori. Racconta molto della vita, e l’appello alla filosofia non è fine a se stesso, ma aiuta a dirigere il lettore verso un pensiero. Lettura intensa, ricolma di spunti. Una parte di Brenin rimane in noi, e farà fatica ad andarsene.



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