Il mio nome era Anastasia

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Charlottesville, Virginia, Stati Uniti, 17 febbraio 1970. Anna guarda il marito Jack che la sta osservando e sa che lui in questo momento vede soltanto una donna vecchia e fragile in attesa, da troppo tempo ormai, che il mondo le dia ragione. Con i suoi capelli argentei e gli occhi azzurri e stanchi, se ne sta seduta in soggiorno, a migliaia di chilometri dal suo passato, ad aspettare una sentenza. Dieci anni prima il suo avvocato le aveva detto che quella causa sarebbe stata la più lunga nella storia della Germania e forse ora l’attimo tanto atteso è arrivato. Peccato che Gleb Botkin, il più devoto tra gli amici e il più convinto tra i sostenitori, morto ormai da un paio d’anni, non sarà accanto a lei in questo momento cruciale. Squilla il telefono, tre trilli metallici. Jack solleva il ricevitore e si pone in ascolto. La sua espressione si affloscia a poco a poco. Il braccio destro ricade lungo il fianco. Tutto il suo entusiasmo si smonta. Trascrive per intero la sentenza per poi riferirla ad Anna. La sua istanza di riconoscimento è stata giudicata non liquet, espressione latina che significa non chiara, non dimostrata. In breve, non è mai stato provato che lei sia morta, né tantomeno che sia sopravvissuta. Anna solleva il mento con tutta la dignità di cui è capace. Ammette, rassegnata e regale, che non sarà mai riconosciuta ufficialmente come Anastasia Romanov… Carskoe Selo, Russia, palazzo di Alessandro, 28 febbraio 1917. Anastasia chiude la finestra e tira le tende con uno strattone. Ha già contato diversi spari e sentito l’eco dei tumulti provenire dalla città; ha capito che il destino si è rivoltato loro contro. Il fratello Aleksej - gracile da sempre perché emofiliaco, ma particolarmente debilitato negli ultimi tempi, da quando ha contratto il morbillo - con aria imperiosa afferma di non approvare. Sa che un giorno diventerà zar, sovrano di una dinastia che governa da oltre trecento anni, erede di un retaggio divino e terribile. Ma in questo momento non è sufficiente un suo ordine per far sparire i tumulti…

La storia di Anastasia Romanov e Anna Anderson è piuttosto nota. Sono la stessa persona? Anastasia è davvero l’unica sopravvissuta all’eccidio della sua famiglia? Martedì sedici luglio 1918, a Ekaterinburg, sul lato orientale dei monti Urali, la famiglia dello zar Nicola II, agli arresti domiciliari da tempo, viene trucidata. Dopo diciotto mesi circa, il 17 febbraio 1920, viene ritrovata in un canale di Berlino una donna con il corpo martoriato da cicatrici e prossima all’assideramento. Quando finalmente è in grado di parlare, afferma di non essere, come molti ritengono, Anna Anderson, una polacca emigrata in Germania in cerca di fortuna, ma Anastasia Romanov, la ragazzina di casa, ultima erede della nobile famiglia. Ariel Lawhon presenta -, con una scrittura coinvolgente che tuttavia tende ad essere un po’ ripetitiva in alcune parti della narrazione togliendo fluidità all’insieme - sia gli ultimi mesi di vita della famiglia imperiale, sia i lunghi anni di lotta di Anna, alla ricerca di un riconoscimento. Anastasia appare impaurita, frastornata dalle circostanze e dagli eventi, ma anche molto arrabbiata e confusa nei suoi sentimenti verso i membri della famiglia e le persone che li circondano. Anna è stanca, sfinita dal peso degli anni e delle situazioni, stremata dalla lotta che sta conducendo per ottenere credibilità. Appaiono come due facce della stessa medaglia, che osservano la stessa storia da due angolature diverse: entrambe vivono le colpe degli altri e ne pagano le conseguenze sulla propria pelle. La peculiarità del romanzo è da ricercarsi nella struttura narrativo-temporale scelta dalla Lawhon: i capitoli su Anastasia e quelli su Anna si alternano e la cronologia adottata differisce a seconda del personaggio. Con Anna si parte dagli ultimi anni di vita e si procede a ritroso nel tempo, mentre con Anastasia la storia procede secondo un ordine temporale classico. Arriva perciò il momento in cui le due narrazioni, che appaiono inizialmente indistinte, si ricongiungono e conducono per mano il lettore verso la verità. Una verità storicamente nota, ma non per questo meno amara.

 


 

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