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Il mistero della giovane infermiera

Il mistero della giovane infermiera

Maggio 1953. In una Milano che sente finalmente profumo di rinascita dopo la distruzione bellica, e dove le macerie lasciano sempre più spazio ai cantieri edili, un giovane muratore si reca al lavoro di buon’ora, arrivando a piedi dalla Stazione Centrale. A pochi metri dall’ingresso del cantiere, però, si imbatte nel corpo senza vita di una ragazza vestita alla moda e di tutto punto, probabilmente assassinata con un martello sporco di sangue abbandonato accanto al cadavere. Tocca quindi al commissario Mario Arrigoni e la sua squadra indagare sull’omicidio della giovane infermiera. Sul martello le impronte sono troppe e troppo confuse per essere utili. Le informazioni e le piste a disposizione sono tante, ma spesso inconcludenti o tra loro contraddittorie, e Arrigoni deve tirare le fila districandosi tra pettegolezzi, opinioni e insinuazioni: Gemma Salvadori era una vanesia civettuola o una ragazza seria e posata? Non c’è dubbio però che fosse molto bella e su questo sembrano essere tutti d’accordo. Sono dunque giorni duri al commissariato Porta Venezia, che brancola nel buio di un’indagine senza prove né testimoni o moventi, ma col fiato sul collo del vicequestore Respighi, che incalza il commissario nella risoluzione del caso, contestandogli anche alcune mosse un po’ azzardate e minacciando retrocessioni alla carriera...

Settima indagine del commissario Arrigoni, protagonista di una serie di polizieschi definiti spesso “gialli d’altri tempi”: anche ne Il mistero della giovane infermiera non troviamo gli incalzanti metodi investigativi cui ci hanno abituati giallisti con ambientazioni contemporanee, ma questo non lo penalizza, perché esso riesce a catturare comunque il lettore che vuole arrivare alla verità. Il personaggio di Arrigoni ha numerose assonanze con il francese Maigret, come Dario Crapanzano stesso sottolinea, inserendolo in vari modi nella storia. La narrazione è soft, rilassante, semplice, senza particolari cruenti e la trama scivola senza grossi scossoni. Anche i personaggi sono d’antan, con le maniere oltremodo educate, quasi stucchevoli, il linguaggio e i dialoghi improbabili, ma l’insieme assume una connotazione vintage che aderisce molto bene al contesto storico, creando un amalgama interessante. La stessa Milano che fu diventa personaggio e acquista importanza per i riferimenti storico-politici in un’Italia il cui panorama sta cambiando: molti i richiami culturali e architettonici che Crapanzano inserisce nella storia, quando il suo commissario conversa o cammina senza meta, ma anche i particolari che contestualizzano l’epoca e la geografia. Dal sanguis alla Lambretta, dall’avanspettacolo al mulèta... Non si può dire che lasci col fiato sospeso, ma si lascia leggere e trasporta il lettore in un tempo lontano, ma non troppo.