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Il mistero di Paradise Road

Febbraio 1885. Un internato del Broadmoor Criminal Lunatic Asylum racconta davanti a un fonografo e ad un gruppo di “alienisti” la sua sconvolgente esperienza, forse in grado di spiegare il misterioso e spaventoso fatto di cronaca che ha sconvolto Londra il 15 gennaio di dieci anni prima. È una tetra alba nebbiosa nel quartiere di Islington, all’incrocio dell’Angel, in Paradise Road, quando il venditore ambulante di verdure Joe Milton si imbatte in alcuni cadaveri. Alla fine i morti si riveleranno dodici: tre uomini, tre donne e sei bambini che giacciono per la strada o in casa, in un raggio di poche decine di metri, tutti con gli occhi fuori dalle orbite e le mani strette al petto o alla gola. Sono deceduti nello stesso momento ma non mostrano segni di violenza, paiono morti per cause naturali anche se questo è ovviamente impossibile. Il caso monopolizza l’attenzione dell’opinione pubblica inglese per settimane, ma le autorità brancolano nel buio e alla fine devono arrendersi: la strage non ha colpevoli né una spiegazione logica. L’internato del Broadmoor Criminal Lunatic Asylum afferma però di conoscere la soluzione del mistero: i morti innanzitutto non furono dodici bensì quindici, e della loro tragica fine è responsabile un solo individuo, un uomo chiamato Lionel Morpher. Un mostro? Un maniaco? Un assassino seriale? No, un grigio impiegato della biblioteca dell’Ufficio Brevetti della Corona, assistente del zelante e carismatico Direttore Edward Bennet Woodcroft, gentiluomo impegnato in un’opera incessante di acquisizioni sia per la biblioteca sia per il museo dell’Ufficio Brevetti. Morpher era mite, metodico, puritano, completamente devoto al lavoro e alla moglie Alphonsine. Nel settembre 1874 aveva deciso che il momento di avere un figlio – maschio, come da lui programmato già da anni – era arrivato. C’era da superare solo quel piccolo suo problemino sessuale del quale non aveva mai parlato con nessuno…

A distanza di un decennio dall’esordio sotto pseudonimo con Primi riti del dolce sonno (Zandegù, 2006) e dopo un lavoro certosino di ricerche, scrittura e riscrittura, l’ascolano Pietro De Angelis lancia una vera e propria bomba nel sonnacchioso panorama letterario italiano. Nel solco (e quel che più conta, al livello) di capolavori come Il petalo cremisi e il bianco di Michel Faber e Il circolo Dante di Matthew Pearl, De Angelis “mima” la struttura, il linguaggio, i ritmi, gli stratagemmi narrativi, le atmosfere e soprattutto la tensione sottotraccia del romanzo vittoriano per raccontarci la storia di un grigio travet e delle sue ossessioni. Come sempre quando si parla di romanzo vittoriano al centro c’è la repressione della sessualità, qui più che dai fremiti romantici della giovane moglie del protagonista che perde la testa per un altro rappresentata dal disprezzo di Lionel Morpher per l’idea stessa di Poesia, intesa come libertà della parola, rottura degli schemi, apologia dell’inutilità e della non funzionalità. L’ipercompresso bibliotecario londinese carente di spermatozoi e di fantasia cerca di incatenare l’anima della moglie alla sua idea di normalità e serietà e quando capisce che non ce l’ha fatta prova a ricorrere alla sua divinità positivista: la Scienza, o meglio la Tecnica, incarnata da una misteriosa “macchina da prosa” scovata dall’Ufficio Brevetti. Finisce ovviamente in tragedia, ma la bravura di De Angelis sta nel guardare il plot “fantastico” dall’alto, concentrandosi sulla frustrazione del marito e sulla sofferenza della moglie, lasciando che il lettore si avviluppi nei pensieri dei due come fossero le spire di un enorme serpente. Un’operazione letteraria e professionale brillante, di livello internazionale, che oltreoceano sarebbe probabilmente salutata come un capolavoro e qui rischia di essere considerata “solo” un romanzo di genere o peggio un esercizio di stile.