Il monastero

Il monastero

28 ottobre 1366, Spagna. Il monastero di Santa Maria di Veruela, all’ombra del Moncayo – montagna reputata magica e alquanto sinistra da chi vive nei paraggi –, è una struttura imponente, fortificata, che offre protezione alla comunità di monaci, un gruppo di lavoro autosufficiente che permette a Veruela di prosperare anche in periodo di guerra. A turbare la quiete del posto è il ritrovamento, da parte di frate Hugo, del cadavere del converso Octavio. Questi giace a terra nei pressi dell’altare, sgozzato, ma ciò che più fa riflettere i cistercensi accorsi sul luogo del delitto è il fatto che il cadavere si trovi in chiesa di mattina presto: il regolamento del monastero infatti impedisce ai conversi di entrare in chiesa di notte, com’è possibile che Octavio si sia intrufolato? Essendo tra qualche giorno la notte dei Morti – celebrazione particolarmente sentita nel Moncayo – c’è chi avanza prontamente l’ipotesi che il Maligno si sia introdotto con anticipo nel monastero, e chi prontamente risponde di non giungere a conclusioni affrettate. Tuttavia, i colpi di scena per i monaci non sono terminati: poco tempo dopo appare tra di loro Fra Cipriano, l’addetto alla portineria, che annuncia la visita di un tale notaio reale, Bizén de Ayerbe. Il legale porta con sé dei documenti regali e papali, che ordinano all’abate di consegnargli le spoglie dell’Infante Reale che giacciono all’interno del monastero. L’abate, riluttante, gli propone un accordo: Bizén avrà le spoglie se e solo se riuscirà a scoprire chi ha assassinato il converso Octavio…

Ingegnere, fotografo, storico e scrittore, saragozzano di nascita, Luis Zueco ha deciso con questo thriller di raccontare per la prima volta il luogo da cui proviene: la regione circostante il Moncayo. Il monastero è l’ultimo romanzo di una trilogia – El castillo (2015) e La ciudad (2016) sono i precedenti, non ancora tradotti in italiano – ma personaggi, ambientazioni e vicende sono completamente indipendenti tra loro: l’obiettivo dichiarato da Zueco è infatti quello di “offrire una visione il più globale possibile di una parte fondamentale del Medioevo, in base ai suoi tre scenari architettonici più importanti: un castello, una città e un monastero”. Le descrizioni di quest’ultimo e la sua (tetra) atmosfera sono prese in prestito dalle parole di Gustavo Adolfo Bécquer, poeta e scrittore spagnolo, che tra le mura di Veruela ha trascorso qualche anno nel corso del diciannovesimo secolo. Per quanto riguarda il “casus belli” Zueco si è invece ispirato alle vicissitudini dell’infante Alfonso d’Aragona, inizialmente sepolto nel monastero, in seguito (1633) trasferito nel pantheon dei duchi di Villahermosa. Frutto della propria ingegnosa mente è la trama, articolata, intricata, che tuttavia rimane sempre chiara, dipanandosi senza difficoltà di pagina in pagina. Ad aiutare la lettura è poi la caratterizzazione particolareggiata dei protagonisti, vitale al funzionamento del giallo storico stesso. Insomma, pur non essendo minimamente paragonabile a I pilastri della Terra follettiani, Il monastero si afferma come un romanzo piacevole e fruibile.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

PUBBLICITÀ

 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER