Il morso della vipera

Siamo a Torino nel 1935 e precisamente all’interno della tabaccheria di proprietà dei coniugi Bo, Ottavio e Mariele Giraudo. Di solito, ma non sempre, lavora con loro anche la figlia Anita, talmente bella e spigliata da convincere tutti i clienti negli acquisti, soprattutto ovviamente gli uomini che non disdegnano mai una sbirciatina alle forme perfette di Anita. A vent’anni, però, la madre cerca di tenerla un po’ a freno. Sa perfettamente che ad Anita basta un battito di ciglia per costringere tutti ai suoi piedi, ma è meglio essere prudenti. Così, appena la figlia accenna al fatto di uscire con la sua amica Clara, sulle mani di Mariele compaiono delle spille da balia, tante, una bella manciata, con cui la signora Bo pensa di poter salvaguardare la virtù della figlia: chiude un po’ della scollatura del vestito, blocca la cintura per non farle segnare troppo il punto vita, blocca il vestito agganciando la gonna all’orlo dei mutandoni o alle calze di maglina, affinché la stoffa non si sollevi più del necessario quando Anita cammina. La ragazza si è già spazzolata i capelli, si è passata il rossetto sulle labbra e chiede alla madre se non preferirebbe fasciarla per intero come una mummia, ma poi prende Clara per mano, sorride e se ne va. Quella di Anita e Clara poi è un’amicizia che nessuno si aspettava, data la loro diversità. Solo la professoressa Florio, ai tempi della scuola, ci ha visto lungo: bruttina e intelligente una, bella ma svogliata l’altra, ha individuato in loro un potenziale in grado di moltiplicarsi nella frequentazione. E le due ragazze non se lo sono fatte ripetere due volte!

No, non è Vani Sarca, ma Anita è pur sempre un personaggio che nasce dalla penna di Alice Basso e quindi non può che essere sveglia e acuta, pur se “innocente come goccioline d’acqua santa che scivolano dal bordo di una fonte battesimale sull’ala di una colomba bianca allevata a ramoscelli di ulivo”... Poteva essere diversa da così? C’è di nuovo Torino, pur se una città di un’altra epoca e forse c’è anche un po’ di Vani in quell’essere spigliata e con la battuta pronta di Anita. Di sicuro siamo all’inizio di una nuova saga e Vani ci manca un po’. Dobbiamo abituarci ad Anita, ma il divertimento è comunque assicurato da una lettura piacevole e scorrevole come sempre. Molte le riflessioni da fare e non serve nascondersi dietro una data: Anita è una bellissima ragazza del 1935, di regola dovrebbe essere “bella e scema”, pronta solo a sposarsi e sfornare bambini, ma... “santa polenta a fette!” (ce ne sono tante di queste espressioni nel testo), non è ancora oggi così? Il continuo dialogo con se stessa, i rimproveri interminabili della madre, il fidanzato appiccicoso e questo lavoro trovato per caso e di cui si è follemente innamorata (ma che a priori sa che dovrà lasciare in nome di una famiglia sua che chiede i suoi sacrifici), ci portano a pensare che sì, alla fine, benvenuta Anita, benvenuta la tua innocenza, la tua voglia di vivere, i tuoi ragionamenti, il tuo porti domande e contemporaneamente raccontarci l’Italia di un tempo, con i suoi lati oscuri, ma anche con tutte le speranze di farcela e se, come si dice, “fatta la legge, gabbato lo santo”, grazie per averci dimostrato che questo era possibile anche un tempo, grazie al supporto di un cervello. E sulla sua creatrice, Alice Basso, che dire, se non che è ormai una penna... confermata?

LEGGI L’INTERVISTA AD ALICE BASSO



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