Il paese dei ciliegi

Il paese dei ciliegi
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Primavera del 1945. La prima frase che Vera impara nella nuova lingua quando arriva nella fattoria in Altes Land è quella scritta sulla facciata della casa e rovinata dall’intemperie: “Questa casa è mia eppur non mia, sua la dirà anche chi dopo di me verrà”. Ha cinque anni, è infreddolita e bagnata, affamata e sfinita dalla stanchezza, ma Ida Eckhoff non ne può più di avere profughi polacchi in casa. La fattoria è della sua famiglia da più di sei generazioni, lei è contadina, vedova, il figlio è tornato dal fronte con la gamba destra rigida e incubi notturni, ma almeno è tornato. Suo malgrado, a Hildegard von Kamcke e alla piccola Vera, assegna come alloggio la camera gelida che prima era destinata alla servitù, ma da mangiare niente, da Ida non avranno niente. La reazione di Hildegard, di nobili origini prussiane, è sconcertante: si mette a cantare un’opera, con un sorriso beffardo sul volto a poca distanza da Ida, che lascia la stanza livida di rabbia. Ogni notte, nel silenzio, Hildegard esce di nascosto, dal buio torna con una mela e una tazza di latte appena munto per Vera, poi asciuga la tazza con l’orlo del cappotto e la rimette a posto. Passano i giorni, passano le notti e una sera, accanto alla tazza nell’ingresso, Hildegard trova…

Il paese dei ciliegi in Germania è diventato un caso editoriale: l’esordiente Dörte Hansen coinvolge con una scrittura diretta, talvolta cruda, con una narrazione non scontata, in cui la parte del leone la fanno le figure femminili che solo in apparenza appaiono profondamente diverse. Da ogni pagina, anche quando il racconto si svolge nella stagione calda, sale il freddo della neve, del gelo che ha raggiunto il cuore dei personaggi che per sopravvivere hanno fatto come i contadini quando la temperatura scende sotto zero, che proteggono la fioritura facendo in modo che un velo di ghiaccio la ricopra. La vita in campagna è sempre una guerra all’ultimo sangue, che si tratti di animali o di vegetazione si sopravvive con tagli netti, senza pietà. Lo stesso vale tra le persone e ancor di più quando la mancanza di radici condiziona le scelte in maniera più o meno consapevole. Anche la casa è un personaggio e ha la sua evoluzione, non è un semplice immobile da possedere, un rifugio da utilizzare, ma lo specchio delle favole che rimanda l’immagine di chi ci abita, che respinge o accoglie le persone, che vive d’amore o muore di solitudine. C’è chi in Italia, dopo aver letto questo romanzo, ha trovato una forte somiglianza tra lo stile di Dörte Hansen e quello di Elena Ferrante: giudicate voi.



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