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Il paese mormora

Il paese mormora

Quando ti lasci accompagnare per anni (forse troppi) dalla stessa automobile, una vecchia Lancia Delta, al momento della sua rottamazione, perché è ormai diventata un ferrovecchio, è come mettere in archivio sotto quelle presse un pezzetto della tua vita. È questo che pensa il commissario Gigi Berté che ora, alla guida della sua nuova Fiat Tipo Station Wagon, si sente comunque tutto baldanzoso, coadiuvato da una guida decisamente più sciolta. E mentre si sta dirigendo verso Montenorbo per una meritata vacanza, sente già la nostalgia per il suo commissariato (come sottolinea la compagna Marzia, al suo fianco in auto). Così, ne approfitta e chiama il sovrintendente Parodi per controllare che tutto proceda bene anche senza di lui. Al minimo titubare del suo sottoposto, però, intuisce che c’è qualcosa che non va e Parodi è costretto a raccontargli che si trova davanti all’asilo Santa Lucia dove un impiegato di banca, tale Eugenio Boccardo di 38 anni, è entrato e si è chiuso dentro una classe, sequestrando i bambini e facendo uscire le maestre che hanno già testimoniato di non aver visto alcuna arma, anche se il Boccardo dice di essere armato. Il sovrintendente dichiara che l’uomo è considerato da tutti una brava persona e che, infatti, da fuori sentono i bambini ridere. La moglie contattata immediatamente, ha detto alla Polizia che ultimamente è esaurito ed esasperato perché gli hanno rifiutato un’adozione internazionale. Erano già andati due volte a Katmandu e sembrava ormai cosa fatta per accogliere in Italia il loro piccolo bambino nepalese, la cui famiglia, però, ci ha ripensato...

Il paese mormora: accidenti, quanto! Anche le panchine hanno il loro bel da fare e se ne accorge subito anche il commissario che in un secondo diventa “la star”. Non lo conosce nessuno, ma chiunque incontri gli si rivolge con l’appellativo giusto datogli dalla sua professione. E che forza questo commissario Gigi Bertè! Simpatico, pronto e preparato, con il suo lavoro nel sangue, che lo fa interessare di tutto e preoccuparsi di tutto (soprattutto del suo commissariato lasciato “scoperto” per una meritata vacanza), ma soprattutto con i piedi ben piantati per terra. L’ironia con cui viene proposto, anche attraverso questo suo “pensare a voce alta”, ben reso dall’autore (che in realtà non è un autore, ma due autrici nascoste sotto uno pseudonimo, le sorelle milanesi Elena e Michela Martignoni), permette al lettore di procedere attraverso le pagine con grande interesse, ma anche sorridendo. Il divertimento, infatti, non manca, così come non mancano le battute di Bertè, in una sorta di autoironia che ce lo rende subito simpaticissimo. Ma non è soltanto questo. Il commissario Bertè è davvero innamorato della sua donna e anche se non lo dichiara troppo spesso, di certo lo fa capire con la sua gelosia, i suoi gesti, mentre i lettori sono testimoni privilegiati dei suoi sentimenti che invadono i suoi pensieri, delle emozioni che prova ogni volta che vede la sua Marzia, anche se l’ha lasciata solo pochi minuti prima. Ben congegnata anche questa vacanza in montagna, che non è propriamente il luogo ideale per il commissario, ma che di certo non gli risparmia un po’ di meritata “gloria” (anche se tutti lo conoscono per essere finito sui giornali) e lavoro aggiuntivo sotto tutti i punti di vista (professionale e “hobbistico”). Estremamente interessante il gruppo di vecchi amici che fa sì che il paese... mormori.