Il palazzo delle lacrime

Novembre 1976, Berlino Est. Martin Krause è un maggiore della Stasi, il servizio segreto della DDR. In particolare lavora per l’Hauptverwaltung Aufklärung, il dipartimento che si occupa di spionaggio e controspionaggio internazionale creato e diretto dall’implacabile generale Markus “Mischa” Wolf, uno degli uomini più enigmatici e potenti della nazione. Convocato da quest’ultimo con un insolito tono perentorio, scopre che quella mattina poco dopo le sei, prima dell’arrivo del picchetto d’onore, un netturbino ha trovato davanti all’ingresso del Memoriale dell’Armata Rossa di Treptower Park il cadavere di una ragazza, risultata essere Jula Ridel, figlia di Hans Ridel, Segretario dell’Organizzazione di base 321 e buon servitore del Partito, il Sozialistische Einheitspartei Deutschlands. La Volkspolizei è già sul luogo, ma Wolf ordina di affiancare nelle indagini il tetragono capitano Hessel e sincerarsi che sul delitto ci sia il massimo riserbo: non sono cose che possono accadere nella DDR, quelle. Martin Krause si reca subito sul posto e trova la ragazza legata mani e piedi con del nastro adesivo, in posizione fetale e gli occhi sbarrati: le hanno asportato le palpebre ma non è visibile sul corpo alcuna ferita mortale, ci vorrà l’autopsia per capire come è stata uccisa. Soffocata. Mezza bandiera della Germania Est infilata a forza in gola…

Nel gennaio del 2016 Paolo Grugni, ex giornalista musicale e da molti anni uno tra i più prolifici e versatili scrittori della scena underground italiana, è stato contattato tramite Facebook da una signora che voleva sottoporgli la straordinaria storia di suo padre, italo-tedesco ufficiale della Hauptverwaltung Aufklärung (HVA), il servizio segreto di spionaggio all’estero della Repubblica Democratica Tedesca (DDR). L’uomo era stato costretto a fuggire a Ovest attraverso il Muro di Berlino solo per senso del dovere, per proseguire le indagini su alcuni casi di omicidio che gli erano state affidate e che rifiutava di abbandonare malgrado le pressioni dall’alto. Una storia formidabile, che Grugni ha saputo far diventare un romanzo formidabile. Parliamoci chiaro: se un thriller come Il palazzo delle lacrime (il titolo allude al Tränenpalast, l’edificio utilizzato fino al 1990 come luogo di preparazione all’espatrio per coloro che lasciavano la DDR per Berlino ovest) lo avessero firmato un Robert Harris, un Simon Urban o un David Young, si sarebbe parlato di “caso letterario internazionale”. Sì, perché il ritmo serrato, l’atmosfera plumbea, il plot giallo assolutamente enigmatico e avvincente fino alle pagine finali, la ricostruzione storica e politica accurata – molti personaggi sono realmente esistiti, a partire dal generale Wolf, passato alla storia come “l’uomo senza volto” – e priva di fastidiosi cliché ne fanno una lettura emozionante, dura, che non si scorda facilmente.



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