Il passo del vento

Il passo del vento

Abete. Per la signora Karin solo l’abete bianco può essere un Tannenbaum, un vero “albero per Natale”. Alba. È un attimo rosa, una magia che svanisce con il giorno, che si ripete ciclicamente, mai uguale alla precedente. Api. La loro operosità cozza con il multitasking odierno, considerato un valore, una qualità. Barba. Lunga e bianca, a scandire il tempo trascorso, come quella dei vecchi montanari. È un segno distintivo di saggezza? Campanaccio. Sprigiona un suono ritmico rassicurante, avvolto da un’aura sacrale, capace di tenere lontano il maligno e gli spiriti malvagi. Disgelo. Metafora di trasformazione, di problemi e sentimenti negativi da sciogliere per produrre acqua buona. Enrosadira. Anche le Dolomiti arrossiscono, all’alba e al tramonto, per poi sfumare con grazia nel viola. Fienili. A fine estate pieni di fieno, in autunno e d’inverno luoghi di cura per malattie del freddo, ma anche scuole erotiche per i giovani montanari. Gregge. Tra le razze ovine si distingue la Schwarzbraunes Bergschaf, tipica della Val Passiria. Pecore nere, lontane dal pensiero conformista imperante. Jore. Ai piedi della Forca Rossa. Ormai c’è solo una casa disabitata e una chiesetta, eppure è stato un luogo dove si sono distinti partigiani coraggiosi. Larice. Punti di riferimento, segna-via. L’albero più bello, così scriveva Mario Rigoni Stern. Mirtillo. Vanno consumati subito, non durano. Il mirtillo bianco esiste, o è solo una storia inventata? Resina. “Il prodotto di un dolore, una lacrima che sgorga dall’albero ferito”. Tanti i tipi, quella di larice, pino nero, pino cembro, utilizzate in molteplici modi. Speck. Jan di Rèba era davvero bravo a produrlo, a mano e secondo tradizione antica, ma non aveva i permessi per farlo. Zufolo. Costruito con il coltellino tascabile, si soffiava dentro per produrre melodie delicate, lassù nelle malghe. Creatività e felicità...

Il passo del vento è un sillabario, anzi un Sillabario Alpino, questo infatti il sottotitolo del libro. Gli scrittori Mauro Corona e Matteo Righetto, quest’ultimo docente di Lettere nonché studioso di Letteratura Ambientale e del Paesaggio, confezionano un libro che insegna a leggere anche agli adulti. Dalla lettera “A” di abete fino alla “Z” di zuppa, sono davvero tanti i racconti brevi che nascono dai molti vocaboli attinenti alla montagna. E non si legge solo di esperienze vissute, vicende umane piacevoli o dall’esito infausto, ma ci si perde tra leggende, aneddoti, quadri di vita di vecchi montanari con le loro barbe lunghe e bianche, descrizioni di paesaggi, luminose e ricche di colore. Interessanti i contributi sugli utensili di lavoro quotidiano, come la zangola per fare il burro o la scure (in ertano manéra, rivelatrice del fisico e del carattere del boscaiolo), e sugli oggetti usati nel tempo libero. Alle malghe per esempio, durante il riposo di manze e vacche, si soffiava negli zufoli costruiti a mano, con legno umido, da cui nascevano melodie che rompevano il silenzio. Alternandosi tra loro, i racconti dei due autori custodiscono riflessioni importanti, sulle nostre vite contemporanee, la società attuale, pensieri che originano da parallelismi (alcuni davvero bizzarri) con specie animali o vegetali. Si legge della Xylota Lenta (una piccola vespa) e delle sue ali, per riflettere sul fatto che mai bisogna fidarsi delle apparenze, del pino cembro e della sua nobile essenza per ragionare sul valore dei beni materiali. E il canto monotono degli zigoli gialli, piccoli passeriformi delle Alpi, non ricorda forse i parlatori seriali e compulsivi, che non sanno amare il silenzio ed ascoltare gli altri? Corona e Righetto sono uomini di montagna. Le pagine del libro rivelano tutto l’amore per la natura, il mondo verticale e la vita che lo popola.



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