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Il pericolo di un’unica storia

Chimamanda inizia a leggere a quattro anni (siamo negli anni Ottanta a Lagos, Nigeria), a sette inizia a scrivere storie; i libri che legge sono libri inglesi e americani e i personaggi, da quelle storie, entrano dritti dritti nelle sue: storie di neve, di pelle bianca e occhi azzurri. Solo che lei, da nigeriana, la neve non l’ha mai vista, tantomeno frequenta bianchi dagli occhi azzurri. Così, cresce con la convinzione che la letteratura concepisca solo personaggi stranieri e possa trattare solo di situazioni in cui lei non si può/deve identificare. Fortunatamente scopre che esistono anche storie scritte da autori africani, e questo le amplia gli orizzonti e le fa capire che non esiste un’unica storia, che la letteratura comprende nelle sue braccia il mondo per intero. Approdata in un college degli Stati Uniti si accorge di quanti definiscano le persone in base all’unica storia che di loro conoscono. La sua coinquilina si stupisce che sappia usare un fornello, che parli un inglese così fluente, che non ascolti musica tribale; la ragazza ignorava che la lingua ufficiale della Nigeria sia l’inglese e che anche una ragazza africana potesse ascoltare Mariah Carey. Si aspettava che “l’Africa fosse un continente dove non vi era altro oltre alle catastrofi”. Di questo l’autrice chiede conto alla letteratura occidentale, a una narrazione cioè “che ritrae l’Africa subsahariana come un luogo di negatività, di differenze, di tenebre, popolato da persone che, nelle parole di Rudyard Kipling sono “mezzi diavoli e mezzi bambini”. Un suo professore, a cui aveva fatto leggere un suo romanzo le disse che non andava bene perché non “autenticamente africano” visto che i “personaggi erano troppo simili a lui, uomo colto e borghese. I personaggi guidavano automobili, non morivano di fame, quindi non erano autenticamente africani”. Ma quale idea si sarebbe fatta la sua coinquilina “se avesse saputo dell’avvocata nigeriana che di recente si è presentata in tribunale a sfidare una legge assurda che richiedeva alle donne di ottenere il consenso del coniuge per rinnovare il passaporto?”…

Chimamanda Ngozi Adichie è un’autrice nigeriana, personaggio molto conosciuto e influente, che si batte per la parità dei sessi e che ha fondato, insieme al suo editore nigeriano, la Farafina Trust, un’associazione senza scopo di lucro, che costruisce biblioteche in Nigeria e rifornisce di libri le scuole pubbliche; ogni estate poi ritorna a Lagos (vive con marito e figli negli USA) per tenere lezioni di scrittura creativa. Ha pubblicato molti libri tra cui Ibisco viola (il suo primo), Dovremmo essere tutti femministi, Americanah. Questo minuscolo libretto (ventidue pagine comprese biobibliografia e postfazione) è la trascrizione del suo primo intervento TED, nel 2009. Con la sua solita lucidità e il suo stile pungente, ci offre un’interessante riflessione sugli stereotipi: questo in fondo è il termine unico per riassumere il concetto di un’unica storia. Citando il poeta palestinese Mourid Barghouti, il quale scrive che “se si vuole espropriare un popolo - e da palestinese sa esattamente cosa significa – il modo più semplice per farlo è raccontarne la storia cominciando con in secondo luogo”, Adichie scrive “Prova a iniziare la storia con le frecce dei nativi americani e non con l’arrivo degli inglesi e avrai una storia del tutto diversa…”. Molto sinceramente poi recita il mea culpa perché, in occasione di un viaggio Stati Uniti – Messico, in un momento in cui in America si stava discutendo il problema dell’immigrazione clandestina dei messicani, una volta arrivata a Guadalajara era rimasta stupita dalla gente che andava al lavoro, che cucinava tortillas al mercato: anche lei era rimasta presa nella rete dell’unica storia immigrato = messicano, pur avendo istruzione, cultura e grande attenzione ai diritti civili e all’uguaglianza tra i popoli. Cosa causa un’unica versione, quindi un’unica storia raccontata in continuazione? Adichie lo sintetizza in questo modo: “sottrae alle persone la dignità, rende difficile il riconoscimento della nostra pari umanità, mette l’accento sulle nostre diversità piuttosto che sulle nostre somiglianze”.